venerdì 2 luglio 2010

Senza le sue lame Molfetta non esisterebbe







Che l’Italia sia in balia di quei vandali che, come diceva Antonio Cederna, «per turpe avidità vanno riducendo in polvere le testimonianze del nostro passato», e che «le meraviglie artistiche del “Paese dell’arte” e del “Giardino d’Europa”» si ritrovino «sotto le zanne di questi ossessi: indegni dilapidatori di un patrimonio insigne» è cosa nota persino ai bambini e non fa più nemmeno scandalo.
Non starò quindi qui, a proposito della triste vicenda delle lame nostrane, a intonare il solito mesto canto funebre che ogni qual volta uno scorcio, un monumento, una piazza, un albero secolare viene abbattuto, cancellato, stravolto, ci ritroviamo a riprendere all’interno di quei sempre più sparuti e tristi gruppetti di sconfortati e stanchi oppositori di questo infernale meccanismo che, in nome di effimere e inutili paccottiglie moderne, cancella storia e identità. Mi propongo invece di raccontare, con ciglio asciutto e senza neanche fingere falso stupore di fronte all’incomprensibile autolesionismo umano, di quanto sia stato paradossale il destino delle lame che le ha volute progressivamente far scomparire, prima ancora che dal paesaggio, dalla nostra coscienza.
La storia di questa rimozione collettiva, a raccontarla da Molfetta, disegna una parabola che, se trova il suo culmine nella dichiarazione recente da parte del dirigente dell’UTC di cessazione di ogni residuale funzione idraulica per ogni lama presente nel territorio cittadino (nei casi, si intende, in cui proprio non sia possibile negarne l’esistenza stessa), le aveva viste, nella considerazione generale, già da tempo ridotte ad aree di miserevole valore, scomodi avvallamenti buoni al più per scaricarvi i materiali di risulta degli sbancamenti di quanto veniva costruito nei pressi.
Eppure, ecco il paradosso, senza le sue lame Molfetta non esisterebbe.
Come non esisterebbero le città della Terra di Bari, tutte quante sorte in prossimità di luoghi in cui le acque sotterranee, scorrendo a minor profondità, erano meglio utilizzabili; insomma in prossimità delle lame, appunto. Che, in verità, nell’antichità si comportavano spesso come veri e propri fiumi di cui Strabone o Plinio ci hanno tramandato la memoria. Ancora ai tempi di Orazio, che pure parlava di “siticulosa Apulia”, il Pactius scorreva tra Bisceglie e Trani, l’Aveldium tra Barletta e Trani, a Bari lo Iapycòn sfociava ancora a San Giorgio e a Canosa esisteva addirittura un porto fluviale sull’Ofanto. E se fra Salapia e Siponto si distendeva una enorme laguna navigabile, invasi e piccoli laghi, erano assai diffusi da Palombaio a Grumo a Palo. Se oggi sono ormai scomparsi, ne resta il ricordo nella toponomastica (per esempio “lago Tammone” a Molfetta o i tanti “pantani” che ricordano la fase terminale dell’esistenza di questi laghi).
Ma quando le lame hanno cominciato a disseccarsi e perché?
Strabone ci dà date precise: le guerre contro Pirro e contro Annibale sono state le cause delle prime devastazioni e dei disboscamenti che hanno via via reso meno umido il suolo e quindi più permeabile, spingendo l’acqua sempre più in profondità. Da allora la desertificazione della Puglia è andata avanti in varie fasi e per mano di varie genti e dinastie, con l’unica virtuosa parentesi degli Arabi e del loro emirato a cui si deve l’introduzione di metodi colturali capaci di utilizzare al meglio la poca acqua disponibile e rendere nuovamente fertili le campagne baresi. È questo il periodo d’oro dei muretti a secco, dei lavori idraulici nelle lame, delle norie, della “semina delle pietre”.
Il disboscamento dell’area murgiana è andato avanti con varie motivazioni (un ultima fase si può far iniziare nel 1806 con l’abolizione del regime feudale e il tentativo di mettere a coltura i terreni che venivano progressivamente sottratti ai boschi superstiti: tentativi falliti, ma boschi comunque distrutti) provocando un progressivo disseccamento dei corsi d’acqua e la loro rovinosa attivazione solo in coincidenza con fenomeni sempre più estremi.
Nelle città intanto l’espansione urbana del XVIII e XIX insieme alle nuove norme igieniche modificavano irrimediabilmente il rapporto con le acque sotterranee: le fognature e, più spesso, i pozzi neri inquinavano irrimediabilmente le falde rendendo impossibile il loro uso. Le nuove espansioni si svilupparono verso l’interno, a monte rispetto alle sorgenti che sgorgano principalmente in riva al mare e così le falde cittadine furono progressivamente abbandonate. Restava solo l’acqua piovana, mentre persino il ricordo della presenza dell’acqua di falda veniva rimosso: era una umanità allo stremo quella che vide sgorgare dalle nuove fontanelle dell’Acquedotto pugliese la prima acqua portata dal Sele e, con essa, la fine dell’antico regime idrico. A cui contribuiranno l’elettrificazione delle campagne, la realizzazione di pozzi sempre più profondi e i concimi chimici che creano una sorta di indifferenza dei suoli: la buona terra non si cerca più nelle aree golenali: si può produrre anche nella polvere.
Ed eccoci ad un presente fatto di lame che tecnici dalle ampie prospettive ci dicono che non esistono, e se proprio esistono sono fossili rinsecchiti, in perfetto accordo con i proprietari dei suoli che non vedono l’ora di disfarsi di terreni che, se pure rendono, renderanno di più se venduti e cementificati. Neanche l’esistenza di normative che tengono finalmente conto delle specificità delle lame e del loro valore paesistico, storico e identitario li smuovono. Finanche il rischio idraulico ormai evidenziato con chiarezza dai fatti gravi e recenti li dissuadono dal considerare la geologia e la morfologia del territorio come nient’altro che una scocciatura.

Il paesaggio, quello italiano in particolare, diceva Eugenio Turri, è un palinsesto di memorie.
I segni che chi ci ha preceduto ha tracciato sul territorio si sono fatti spazio in luoghi già affollati da altri segni tracciati, a loro volta, coprendo o reinterpretando tracce preesistenti che si sovrapponevano anch’essi a segni ancora più antichi in una regressione che si spinge così lontano nel tempo da far assumere al paesaggio italiano, così profondamente antropizzato, le forme di una “seconda natura”.
Fino ad oggi.

1 commento:

  1. tiè! ; P
    T'ho premiato col "Dardos".
    Mi risponderai: e che cosa è?
    A quanto pare si tratta di un riconoscimento assegnato ai blog meritevoli per i loro contenuti culturali, etici o letterari.
    Non avendolo mai sentito nominare ho cercato qualche informazione e scoperto che nessuno ne conosce l'origine. In pratica si tratta di una sorta di Catena di Sant'Antonio un premio che i blogger si assegnano e che è utile a conoscersi e a fare rete. Bello. Why not?
    Qui troverai tutte le informazioni: http://sviaggi.blogspot.com/2010/09/o-h-m-y-g-o-d.html
    Simonetta

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