domenica 19 ottobre 2014

Succede nell'Alta Murgia

Succede nell’Alta Murgia, durante una passeggiata domenicale fra Santeramo e Acquaviva, che ci si imbatta in successione in a) un gruppo di softgunner meticolosamente equipaggiati, b) un signore con indosso un paio di pantaloncini troppo corti – o è forse una calzamaglia arrotolata su fin quasi all’inguine? – che imbonisce i passanti invitandoli a cercare su internet informazioni sulle attività didattiche del suo osservatorio astronomico (che poi sarebbe quella cosa lì, accanto a lui: un tamburo di poco più di un paio di metri di diametro sormontato da un’ogiva di latta a mo’ di cupola), c) una signora che racconta a un compagno assenziente come, andata a trovare a Milano la figlia, “naturalmente” superava abitualmente insieme a quella il tornello d’ingresso della metropolitana usando un solo biglietto, d) un gruppo di ospiti di un agriturismo che attraversano quel che resta del bosco di Mesola in quod alimentati da rumorosi e puzzolenti motori a due tempi, e) un certo numero di donne, ospiti anch’esse del medesimo o di un altro agriturismo, di età varia ma invariabilmente con tacco fra il 10 e il 15 che si aggirano in abiti da festa, troppo spesso inopportunamente attillati, in quella che una volta era un’aia e adesso è diventata un incongruo spazio all’aperto asservito ad attività genericamente ricreative (la destinazione funzionale del luogo intuibile dalle espressioni che le suddette signore e i loro accompagnatori – questi ultimi in verità con assai meno entusiasmo – assumono con la volontà di adeguarsi alle circostanze), f) un trio composto da una violoncellista, una tamburellista e un fisarmonicista che suona pizziche e tarantelle, g) una cavalla, sulla cui groppa si può fare un giro intorno alla masseria in cambio di due euro, e il suo padrone, h) un pastore extracomunitario che conduce un gregge di capre e pecore malconce.
Questa disperante tassonomia è, senza dubbio, uno dei tanti modi possibili di ritagliare il mondo, di scorticare la realtà per metterne a nudo le giunture più o meno salde. La scelta degli elementi dell’elenco – nel quale ho deliberatamente trascurato di inserire me e chi mi accompagnava per evitare di innescare un effetto Droste dalle conseguenze imprevedibili e potenzialmente di difficile gestione – è dovuta dunque al mio sguardo. Eppure è fuor di dubbio che si tratti di apparizioni reali che si sono presentate nell’esiguo spazio di una mattinata e lungo il breve percorso che in quel lasso di tempo è possibile coprire con l’andatura che conviene a una tranquilla passeggiata campestre. Trascurando la possibilità assai remota che per una serie di coincidenze queste apparizioni siano state date a mio esclusivo beneficio – non foss’altro perché anch’io in tutta evidenza mi trovavo a essere apparizione per qualcun altro – bisogna che si consideri non infrequente in quei luoghi, perlomeno in giornate festive, questa coincidenza stratigrafica di elementi provenienti da remote orografie dell’essere, e dunque che ci si trovi di fronte a quello che, in tutta evidenza, debba essere considerato un corpus indiziario.
Ma per procedere oltre, per poter inseguire le piste lungo le quali questi indizi sembrano volerci condurre, è necessario dare conto del fatto che queste apparizioni sono accompagnate da un fenomeno del quale ciascuno dei convenuti si trova a essere a un tempo partecipe e testimone: questo cozzare di narrati, di culture, di immaginari non provoca spaesamento, disagio, paura. L’irruzione del diverso non ha un effetto perturbante: i piani delle esistenze si sfiorano, vengono a contatto, si intersecano anche, ma è come se si trattasse di ombre, visibili assenze, fluttuazioni da un’altra dimensione ontologica. Il clandestino, fuggito dall’Africa per lasciarsi alle spalle l’orrore di chissà quale guerra tribale e che qui sopravvive malamente badando per quel che può a bestie malandate, non inorridisce di fronte a quei ragazzotti ipernutriti che si aggirano per la boscaglia con fare furtivo in tuta mimetica giocando alla guerra. E le signore inguainate in similpelle guardano solo leggermente interrogative e forse un po’ divertite lo sconosciuto che vuole indicar loro la strada delle stelle, ma più per come è vestito che per l’insensatezza della pretesa. Chi va a piedi si scansa mite per lasciar passare la fila fastidiosa dei quod.
Ma non si tratta di tolleranza, di accettazione partecipe delle diversità, quanto piuttosto della copresenza ammutolita di regioni ontologiche. E questo mutismo è la manifestazione empirica della franchigia comminata dal luogo. È il luogo ad avere il sopravvento sulle vite, a svolgere una funzione anestetizzante sui presenti, nello stesso modo in cui l’anticamera di un veterinario inibisce cani e gatti dal prendere atto della reciproca presenza e li rende inerti.
Esistono luoghi capaci di desemantizzare chi e cosa li attraversi, luoghi di deprivazione narrativa. Luoghi che spogliano le presenze di identità, ma, e questa è la loro grande attrattiva, anche del peso a volte intollerabile che quelle identità ci costano; luoghi che ci permettono, come oggetti abbandonati sulle spiagge, di tentare nuove identità almeno per il tempo in cui vi permaniamo; un tempo sospeso, fuori dalle liturgie delle relazioni sociali ed economiche, proprio come il Carnevale è un tempo di sospensione fuori dal tempo liturgico. Luoghi così vengono chiamati “nonluoghi”.
Ecco: durante una passeggiata domenicale ho scoperto che l’Alta Murgia è diventata un nonluogo. E adesso mi sembra una scoperta banale. Ci sono arrivato praticando un giro molto lungo, e invece sarebbe bastato che riflettessi sui rapporti economici che tengono vivo, o piuttosto in stato di animazione sospesa, quel territorio.
Ma è che nessuno, quando ho imboccato il sentiero, mi aveva detto: “Benvenuto in questa disneyland fai da te”

giovedì 17 aprile 2014

Pasqua a Molfetta


Eccomi qui, precipitato in un tempo senza tempo, con la città trasformata nei luoghi stessi in cui si svolsero i Fatti, con la gente che si affolla per le strade e nelle piazze o si affaccia dai balconi-palchi per assistere alla messa in scena dei momenti della Passione (a proposito è proprio di qui che viene la parola “messa”), e con la città tutta che si guarda e si guarda guardare mentre recita, in un intreccio di sguardi che vicendevolmente si rimandano e ostentano la Rivelazione che gli viene mostrata.
Le celebrazioni pasquali, così come le conosciamo, sono una reinvenzione barocca di riti medievali che vengono completamente riscritti per riadattarli alle nuove esigenze della propaganda della fede nel periodo della Controriforma, alle sue scenografie e alla sua reinvenzione delle immagini. Mentre nelle terre della Riforma un nuovo iconoclasmo faceva rapidamente tramontare il Rinascimento tedesco, qui da noi era tutto un tripudio di ascese vertiginose, di cieli sconfinati affollati di ali multicolori, di ostensori radianti e raggi che trafiggono, di trasalimenti della carme, di martirii, di sangue, di spine e di flagelli.
Ma questa è già la seconda “interfaccia”: la prima è quella che contrappone e trasforma i riti della morte e resurrezione di  Attis e di Adone e in genere quelli delle religioni misteriche – con tanto di processioni con fiaccole e flagellanti e di “giardini di Adone” (i semi di grano e lenticchie tenuti al buio e fatti germogliare) che andranno poi a decorare i nostri sepolcri – nei “nostri” misteri.
Lo smembramento del carro di Matera che altro è se non quel che resta dello smembramento di Dioniso-Zagreo e lo svelamento del più grande dei misteri, che la vita si nutre della morte?
Il tempo del mito per gli antichi era un tempo fuori dal tempo, l’immobile verità che giace sotto la mutevolezza del divenire. La ciclicità, l’eterno ritorno, il solo modo di percepire e raccontare quella fissità, un po’ come ascoltare un brano musicale congelato per sempre su un vecchio disco di vinile.
Nel tempo immobile gli dei non muoiono e quindi non vivono.
E invidiano la vita agli uomini e il loro essere mortali: questo è il mistero celebrato nei riti orfici e tramandato da Anassimandro, «da dove infatti gli esseri hanno l'origine, lì hanno anche la distruzione secondo necessità, poiché essi pagano l'uno all'altro la pena e l'espiazione dell'ingiustizia secondo l'ordine del tempo».
Il Cristianesimo traduce il tempo del mito antico, il tempo fuori dal tempo, nel tempo delle Scritture, in quell’illo tempore remoto ma storico; e traduce la ciclicità da rappresentazione nel tempo dell’eterno e dell’immobile nella ripetizione di ciò che è avvenuto storicamente e il cui ricordo viene simbolicamente ripetuto con l’anno liturgico. 
È solo così che ci può essere la Speranza: perché ci sia vita dopo la morte c’è bisogno di un inizio e una fine. Magari un happy end.
(I “romanzi” antichi infatti non hanno capo né coda: sono solo successioni di cose che accadono)
Ma se il tempo lineare permette la Speranza, permette anche la storia e la scienza e l’invenzione illuministica del progresso. E il frutto malevolo dell’evoluzionismo. Se l’uomo è mutevole, come può essere immagine di Dio per definizione perfetto e quindi immutabile?
Ed eccoci qui precipitati dalla scienza nuovamente nel deserto della speranza, costretti dalla cacciata del sacro via dal quotidiano a poter contare solo sulla “gabbia di acciaio” della razionalità e dell’economia di mercato per dare un senso al nostro agire.
Dove non esistono più le sacre rappresentazioni Pasqua è già diventata solo poco più dell’ovetto e della colomba, come Natale poco più che il panettone e i regali sotto l’albero.
Qui, da dove scrivo, la Pasqua resiste perché non si tratta di un rito intimo o comunque individuale, ma richiede una straordinaria partecipazione collettiva, che è difficilmente traducibile nel linguaggio proprio della civiltà del consumo e della pubblicità.  
Però non bisogna disperare: gli strateghi del marketing territoriale sono al lavoro.



domenica 15 luglio 2012

Geometriche seduzioni. (Appunti su pubblicità e libertà).


Scegliete a piacere due attributi e sistemate ciascuno di essi su un asse orientato e graduato. Verrà così definito uno spazio cartesiano – diviso nei quattro quadranti che conoscete dalla scuola dell’obbligo – nel quale potrete posizionare qualunque oggetto (brand, canzone, sentimento, smartphone, o quel che vi pare) sulla base del punteggio che per ciascuna proprietà gli attribuirete. Naturalmente in questo spazio potrete, volendo, posizionare anche voi stessi.
Usando per esempio gli attributi “elegante” e “alla moda” e assegnando un punteggio che vada da molto elegante (1) a assolutamente trasandato (-1) e da decisamente trendy (1) a assai demodé (-1), vi scoprirete in grado di maneggiare una geografia dell’immaginario capace di dar conto di ogni sfumatura fra l’elegante e lo sciatto, il modaiolo e il d’antan.
Aggiungete un terzo asse – definito per esempio dagli opposti “pratico” e “scomodo” – e potrete nuotare in uno spazio tridimensionale nel quale viene compreso ciò che non è affatto alla moda e nemmeno elegante ma assai comodo, oppure non definibile come “comodo” o “a la page” ma comunque elegante, come può esserlo una mossa del gioco degli scacchi.
A questo punto, se riusciste a immaginare un universo a n dimensioni, vi ritroverete a maneggiare una istantanea
in cui sono visibili le prossimità fra idee e prodotti, le affinità fra gusti e marche, le ragioni e le possibilità di operazioni di co-marketing, le alleanza potenziali fra brand e le sponsorizzazioni che non avverranno mai. Scorgerete i confini delle identità di marca e gli spazi vitali delle idee di prodotto, i territori ancora vergini, quelli occupati e quelli contesi. insomma quell’universo fatto di loghi, brand, offerte e sponsorizzazioni, claim e spot in cui nuotano i pubblicitari.
Se poteste scattare nel tempo molte istantanee scoprireste un universo agitato, ribollente, in cui idee si aggrappano ad altre per formare isole di effimera stabilità, fino a quando non interverranno nuove e potenti correnti a strapparle via per affondarle o per aggrumarle a formare impaludamenti o nuove  isole o continenti. Ecco nodi di cravatta o spacchi di gonna, norme o sentimenti, linee di carrozzeria e modi di dire che restano in superficie per pochi mesi o molti anni e che poi scompaiono per sempre o invece riaffiorano, appena mutati, dopo decenni e in tutt’altri contesti.
Qual è il motore di queste dinamiche?
Pensate a ogni marca, a ogni prodotto, a ogni annuncio pubblicitario come a un brandello di informazione, a un’idea che – come tutte le idee – non vive da sola, ma che insieme alle altre formi sistemi il cui funzionamento non differisca da quelli ecologici. Pensate a un mondo fatto di memi.
Come gli organismi biologici i memi instaurano un rapporto di dipendenza o di predazione, di simbiosi, di parassitismo o di commensalità con gli altri memi con cui si trovano a interagire: lussureggianti e intricatissime foreste di significati, praterie di segni dove pascolano branchi di simboli, di idee, di concetti che mettono in atto complesse strategie per la sopravvivenza e il dominio.
I memi – è questa la tesi di Richard Dawkins – hanno vita propria: usano gli esseri umani allo stesso modo in cui i virus usano altri organismi viventi. I pubblicitari, e in genere coloro che si occupano di comunicazione, possono avere un ruolo nello sviluppo del sistema, o perlomeno possono credere di averlo, allo stesso modo in cui un militare che scateni una guerra batteriologica può credere di sapere quel che sta facendo. Ma saranno  comunque i memi ad agire i pubblicitari e non viceversa: in fin dei conti si tratta pur sempre di esseri umani.

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Quello in panne è un Volkswagen Type 2 “Kombi”, di quelli con il grande marchio al centro del frontale dove le nervature della lamiera formano una grande V che divide la carrozzeria in due campiture di diverso colore; le tavole da surf sul tetto e le quattro ragazze stile California dreaming che cercano di spingerlo fugano ogni dubbio: si tratta inequivocabilmente di un Hippie van.
Quella che invece arriva è una Nuova Mini Cabrio, vettura che del progetto di Alec Issigonis non conserva nulla se non il nome e una vaga ispirazione formale: l’appeal che quel mezzo pratico ed economico si era conquistato consentendo a tanti la mobilità anche in tempi difficili è stato riversato, con un’abile operazione di marketing, su un lussuoso bene da ostentare. Lo stile di vita che faceva della libertà da ogni cosa che costituisse un impaccio al viaggiare, conoscere, amare un obiettivo universale è stato rideclinato in libertà di viaggiare, conoscere, amare se si ha la possibilità economica per farlo e indipendentemente dal prossimo. Operazione paradigmatica di quello slittamento di senso, di quella frana semantica, che ha riscritto la libertà sessantottina nella libertà dei mercati: dagli hippy agli yuppie il passo è stato davvero breve.
Il furgoncino Volkswagen in cui chiunque trovava gioiosa e promiscua ospitalità è irrimediabilmente rotto – definitivamente bocciato dalla storia – e viene abbandonato sul bordo della strada insieme alle quattro ragazze bionde. I due giovanotti sulla Mini senza rimpianti procedono oltre, verso la felicità di un abbonamento televisivo.
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Non so se Dawkins voglia vantare la paternità del marketing virale e dell’idea di ecosistema di marca, sicuramente i presupposti teorici di queste due pratiche devono molto allo scienziato britannico.
Torniamo al nostro quadrante cartesiano: immaginate assi orientati per le categorie “buono” e “genuino”. Date un voto al cioccolato e alla frutta, alla pasta e al Big Mac. E immaginate di dover realizzare uno spot per quest’ultimo prodotto: creerete un mondo in cui il grasso, il fritto, il dolce e l’unto si sposano armoniosamente fra loro e con la vita in un mondo che ignora l’esistenza del colesterolo e in cui la forma fisica è indipendente dall’alimentazione. In questo mondo i problemi saranno quelli per i quali  McDonald vuole essere una risposta. I vestiti si adatteranno allo stile Mac, i colori non dovranno essere dissonanti con il logo aziendale, tutti mostreranno sorrisi fra rivoli di ketchup e piatti di carta plastificata.
Dall’ecosistema verrà escluso non solo tutto ciò che possa risultare in conflitto evidente con i valori di marca, ma anche tutto quello che possa lasciare varchi a piccole dissonanze potenzialmente capaci di veicolare associazioni non coerenti con lo spazio semantico che la marca occupa. Vittime della comunicazione aziendale, destinate a un ostracismo assoluto, saranno non solo idee relative a prodotti concorrenziali, ma gli stili di vita non compatibili o semplicemente alternativi: la pubblicità è immediatamente, intrinsecamente, politica nel suo escludere o inglobare, nell’espandersi fin dove riesce a trovare compatibilità e nel cancellare tutto ciò che gli è ostile.
Tutto ciò che può rappresenta una alternativa all’ecosistema di marca va ignorato e, se non è proprio possibile, tradotto in un linguaggio compatibile: il Type 2 è vecchio e scassato, lascia stare, corri a casa goderti la Premier.


(A beneficio di chi non l’abbia visto o voglia rivederlo questo link punta allo spot di cui si discute in questo brano

mercoledì 29 febbraio 2012

Il sorriso del capitano. I bastoncini al salmone e l’estinzione tendenziale del pensiero di sinistra


It's no fish ye're buying, it's men's lives 
Walter Scott, The Antiquary 


Mentre nubi procellose si avvicinano una voce fuoricampo invita a non aver paura del cambiamento che – l’ha insegnato il capitano! – porta sempre qualcosa di buono: i nuovi bastoncini Findus al salmone...

Era il giorno di San Giovanni del 1497 quello in cui Giovanni Caboto, dopo aver lasciato Bristol un mese e mezzo prima, si imbatté nelle coste di quella terra che sarà in seguito conosciuta come Labrador. La coincidenza dovette sembragli propizia.
Di quel lontano paese, una volta tornato in Inghilterra, raccontò le acque così piene di pesci che la Matthew, circondata a perdita d’occhio da fianchi argentei e frenetici, aveva difficoltà ad avanzare, e il mare che sembrava vivo, fatto di squame e di branchie, e di pinne che sollevavano tanti spruzzi che pareva di navigare nella nebbia. Per pescare quei pesci non c’era neanche bisogno delle reti: bastava affondare un cesto e tirarlo su.
I pescatori portoghesi, che insieme a quelli normanni e baschi arrivarono di lì a poco, battezzarono quei luoghi Tierra de los bacalhaos. Gli inglesi preferirono chiamarla Newfoundland.
La storia della prima colonizzazione dell’America del Nord è una mappa degli insediamenti inglesi e francesi di pescatori di merluzzi. Per cinquecento anni sui Grandi Banchi di Terranova ne sono stati pescati tanti da soddisfare quasi i due terzi della domanda europea e da alimentare, una volta trasformati in baccalà e stoccafisso, la tratta degli schiavi africani e le flotte da guerra e delle compagnie commerciali.
Fino alla fine del Settecento si catturavano alla lenza merluzzi per 100 mila tonnellate all’anno; centocinquanta anni dopo si era una arrivati a 300.000 tonnellate. Alla fine degli anni ’60 pesca a strascico e motonavi dotate di celle frigorifere fecero salire le quantità pescate a 800.000 tonnellate.
Repentino, ma non inaspettato, a metà degli anni ‘80, arrivò il collasso. 40.000 pescatori canadesi che vivevano di merluzzi si ritrovarono a guardare un mare deserto.
Il 2 giugno 1992, il governo canadese impose una moratoria indefinita sulla pesca del merluzzo bianco. Oggi nell’Atlantico occidentale il merluzzo resta un fantasma.  
Sul versante europeo non va molto meglio: nonostante le misure prese per contenere l’overfishing, anche nel Baltico come nel Mare del Nord o in quello di  Barents come nel Golfo di Biscaglia, gli stock sono prossimi al collasso. Una significativa parte del merluzzo che ancora arriva sui mercati, non meno del 30% forse addirittura il 50, proviene da attività illegali, da pesca, cioè, praticata in luoghi, tempi o modi vietati.

Sono pochi oggi i salmoni che risalgono i fiumi. Sulla superficie intorno alle gabbie che li costringono in porzioni misere di mare galleggiano in superficie macchie oleose arancione: il 50% della produzione mondiale di olio di pesce è usato nell’allevamento del salmone, serve ad arricchire le carni di omega 3. Gli avannotti vengono preparati a parte in gabbie con grandi luci accese tutto il giorno nel buio inverno norvegese per accelerarne la crescita. Ma nessuno di loro arriverà alla maturità sessuale. Nessuno sentirà scoppiargli nelle viscere il desiderio straziante di risalire i fiumi. Verranno macellati prima. Intanto mangiano farina di pesce e pellet di grano, soia e piume di pollo. Alla loro dieta vengono aggiunti carotenoidi per far sì che le loro carni abbiano un colore che corrisponda a quello dei loro parenti selvatici.
L’elevato numero di pesci concentrati in piccoli spazi provoca un pesante inquinamento localizzato, richiede la somministrazione di antiparassitari, antibiotici, disinfettanti e vaccini che non impediscono però che malattie e parassiti si trasmettano ai pesci fuori dalle gabbie: le fughe dalle gabbie non sono affatto rare e sono causa per di più dell’indebolimento del patrimonio genetico delle specie selvatiche.
Per facilitare le operazioni di trasferimento dei pesci fra le vasche vengono utilizzati anestetici e tranquillanti e ormoni per indurre e sincronizzare l’ovulazione o come fattori osmoregolatori per facilitare il passaggio dall’acqua dolce a quella salata dei giovani salmoni. Ogni chilo di pesce d’allevamento richiede fra i tre e i cinque chili di pesce selvatico che arriva, trasformato in farina, dalle coste del Cile e dell’Africa e dalle enormi navi-fabbrica spagnole, coreane  e thailandesi che raschiano via tutto ciò che c’è di vivente dal fondale fino a trasformarlo in deserto.
Il collasso degli stock di pesce selvatico – non è solo il merluzzo a rischiare l’estinzione ma i tre quarti delle specie pescate – sta spingendo alla creazione di impianti di acquacoltura sempre più grandi e numerosi. Più del 40% del pesce consumato a livello mondiale oggi proviene da allevamenti e il settore è in continua e rapida crescita.

Non so quanti siano quelli che conoscono le vere proporzioni di questa catastrofe che si sta consumando in diretta. Arrivano al grande pubblico le proteste dei pescatori per il caro carburante o per le decisioni prese da Bruxelles in materia di politica di limitazioni della pesca e il sorriso compiaciuto e fiducioso di Capitan Findus che promette salmone al posto del merluzzo.
Da un lato rivendicazioni, norme, regolamenti e – sì certo – anche la vita di qualche migliaio di persone più o meno lontane e per le quali si può, per quel che serve, provare solidarietà e umana simpatia; dall’altro, dal lato del sorriso, la rassicurazione che il mondo conserverà la sua operabilità, che il quotidiano sarà preservato e il domani resterà uguale all’oggi, che da quello che certo troverò al supermercato e metterò nel piatto del mio bambino ne ricaverò un altro – e quanto gratificante! – sorriso.
C’è già fra questi piani una evidente sproporzione; ma, quando si consideri l’efficacia dei registri narrativi a cui può ricorre chi voglia raccontare le ragioni dell’ambientalismo e quelli che sono propri della comunicazione pubblicitaria, ci si imbatte in un salto qualitativo.
Chi voglia denunciare ingiurie al paesaggio, raccontare le sorti del territorio, di fiumi e di laghi, protestare per l’inquinamento dell’aria o per una scorretta gestione dei rifiuti può scegliere fra un resoconto asciutto basato su cifre e fatti nudi o, tentare la strada dei sentimenti, come, l’ammetto, ho fatto io a proposito del salmone.
In entrambi i casi, al di là delle intenzioni dell’autore, il suo discorso verrà rubricato all’interno dell’orizzonte catastrofistico delle cassandre, e riconosciuto come appartenente a un genere narrativo ampiamente esorcizzato, luogo retorico assegnato a giullari o folli e che, in ogni caso, non può che provocare al più una impotente scrollata di spalle da parte dell’ascoltatore. Di sciagure, disastri e persino della fine del mondo si fanno spettacoli di successo al termine dei quali si riprende la solita vita. I più sensibili, vittime di dissonanze cognitive, possono intraprendere un percorso terapeutico programmato non lasciando gli elettrodomestici in stand-by, evitando di usare lo sciacquone ogni volta che si fa pipì, mettendo termovalvole sui termosifoni, facendo soprammobili con le bottiglie vuote, comprando frigoriferi e lampadine a risparmio energetico. Per poi, una volta riappacificati con la propria coscienza, rifugiarsi – e che altro potrebbero fare? – nei luoghi quotidiani e monotoni, nelle risposte adattative e individuali, nei quali viene accompagnato da rassicuranti messaggi: finito un pesce se ne fa un altro; la sostituibilità infinita e illimitata dei beni non è forse un precetto fondante della teoria liberista?
Il fatto è che esiste una incolmabile differenza fra l’efficacia persuasiva dei racconti strutturati o che cercano di essere tali e quella dei messaggi deliberatamente frantumati, progettati per essere liquidi nel liquido, per raggrupparsi naturalmente ad altri messaggi analoghi in forme che possono essere gregarie, simbiotiche o parassitarie per formare tendenze, mode, correnti e infine una visione del mondo che appare ribollente, cangiante e attraente ma che è quella della organizzazione capitalistica che simula la vita e che a quella aspira a sostituirsi.
Dietro il sorriso del capitano non si nasconde solo la tragedia dei mari svuotati dei pesci; non ci sono solo gli schiavi a bordo delle navi fabbrica o le pressioni lobbystiche delle pochissime grandi compagnie che si spartiscono il business mondiale del salmone d’allevamento per ottenere che salmoni a crescita rapida, figli dell’ingegnera genetica, possano essere posti in commercio; non c’è solo il costo ambientale spaventoso che richiedono confezionamento, congelamento e trasporto, e quello antropologico e morale che deriva dall’aver trasformato il vivente in impacchettabili parallelepipedi di proteine: quel sorriso nasconde una strategia di controllo biopolitico e  una guerra asimmetrica combattuta e vinta a colpi di messaggi capaci di aggregarsi a formare un racconto che ciascuno può adattare a se stesso per minimizzare sensi di colpa e sofferenza.
Quel sorriso è una delle forme in cui si manifesta la frantumazione del mondo in nonsense, operazione alla quale attendono eserciti di creativi semiconsapevoli, utili idioti per una causa ultima che forse ignorano, che certo ritengono al di fuori della loro sfera deontologica, e che sfornano, in perfetta pace con se stessi, spot folgoranti e coinvolgenti quanto ripetitivi e stordenti. Armate di pubblicitari che con innegabile e stolta bravura riescono a restringere fino a dimensioni lillipuziane l’anima del pubblico, perseguendo in modo soave la via della commozione, della retorica, del verosimile.  
Rivela, quel sorriso, una strategia del controllo che si basa non più sulla repressione fisica, né su un fantomatico condizionamento, ma sulla fascinazione, sulla seduzione, sulla creazione di dipendenze, sull’entusiastico coinvolgimento, sulla ricerca del divertimento e della soddisfazione personale. Ma se su un fronte si schierano lo spot, l’entimema, la operabilità, il mondo ridotto a ripetizione di plastica, sull’altro cosa c’è?
Se da un lato chi afferma, e vuole, che il mondo segua leggi naturali che sono le stesse dell’economia, dall’altro chi? 

venerdì 3 febbraio 2012

Io che ho amato Majakovskij, ovvero di quel che si vede oggi sui muri di Molfetta


S'io fossi piccolo come il grande oceano,
mi leverei sulla punta dei piedi delle onde con l'alta marea,
per accarezzare la luna. 



Uno più scemo dell’altro,  l’altro più inutile del primo. Quale sia il più brutto non so. Il tema, s’intende a stento, avrebbe a che fare con la politica. Incollati sulle plance, impegnati in una muta competizione per l’attenzione di passanti  che ne hanno solo per la Champions, si sovrappongono a una paesaggio così spossato da riuscire a opporre solo indifferenza a ogni nuova offesa, così derubato di ogni qualità da accoglierli con tenerezza per affidarli  a un rapido e meritato oblio.  
In Italia, dicono i sondaggi, solo un residuale 14% della popolazione è ancora capace di nutrire fiducia nei partiti. A Molfetta non saprei dire a quanto sia ridotta la pattuglia di irriducibili; certo, non chiamerei “fiducia” ciò che prova quest’indigena ostinata minoranza. Si tratta piuttosto di consapevole irragionevolezza: ci si deve pur aggrappare a qualcosa se si vuole far finta di essere vivi, almeno ancora un po’…  
Ci sono, è vero, anche i correi, i sodali, i turiferari, i ceroferari e ministranti vari, i professionisti di qualcosa. Sono loro nel nostro caso gli unici ad appassionarsi alle fugaci apparizioni cartacee: si tratta degli stessi autori e, ma solo a volte, dei loro committenti. Ma parlare di fiducia nel loro caso è sicuramente inopportuno.  
La sciagurata nascita della proteiforme figura del “comunicatore”, figlio di una riforma universitaria insulsa, ibrido bastardo, né giornalista né pubblicitario, dall’anima scissa tenuta insieme solo dalla speranza di guadagno e dalla convinzione, in verità immotivata, di poter sfornare “creatività” a comando – quasi che movimenti spasmodici e sussultori possano essere confusi con l’amore – porta a questo ridicolo fenomeno che ammorba l’Italia e produce nelle remote provincie catastrofi dell’anima e della grammatica che sarebbero fonte di irrefrenabile comicità se non fosse che tutti, come in ogni vera tragedia, si prendono troppo sul serio.
Capita così che lo sciagurato di turno sforni, garrulo, il suo claim e subito cerchi appoggio alle sue cretinerie sui social forum, subito si preoccupi di evocare il fuochino di copertura della stampa amica. Per inciso, se per libertà di stampa l’Italia è scesa al 61° posto nel mondo, inseguendo Mauritius, Samoa, Bosnia Erzegovina e Guyana, come si collocherebbe Molfetta in una ipotetica classifica che la comprendesse? Questa figura ha dato il colpo di grazia a una professione che di schiene piegate fino ad angoli inverosimili e disumani è sempre stata piena.
Eppure, a parziale discolpa dei protagonisti di questa farsa, diciamo la verità: che altro può essere oggi la politica se non il rilanciarsi – attraverso una permeabilissima e affollatissima frontiera – slogan cretini e vuota retorica?
Se la politica non può fare quello che dovrebbe per far ripartire l’economia, se non si può spendere in deficit, se la stessa locuzione “ente pubblico” è diventata l’evocazione di satana, il male in sé, l’obbrobrio nauseabondo e impronunciabile, se la realtà è diventata inoperabile, tutto il resto è starnazzar di cornacchie.
Se la politica si è mutilata di se stessa, ha amputato da sé la capacità di incidere sulla realtà in una delirante auto-giubilazione liberista e liberticida, che altro può fare ora se non credere di essere viva raccontando barzellette o agitando la borsetta come una vecchia baldracca?


Aderire o non aderire?
La questione non si pone per me.
È la mia rivoluzione.






martedì 23 agosto 2011

Victor Lebow, the smoking gun (ovvero l'invenzione dell'inventore del consumismo)





                                          Non è accaduto per caso... è stato fatto accadere!
                                          Annie Leonard “The Story of Stuff”

Victor Lebow era morto ormai da undici anni, e dimenticato da qualcuno in più, quando riapparve nella forma, folgorante, di una citazione in un libro pubblicato nel 1991, How Much Is Enough? The Consumer Society and the Future of the Earth, che Alan Thein Durning scrisse mentre lavorava come ricercatore per il World Watch Institute: in Lebow dovette credere di scorgere il pifferaio magico che cercava.

All’inizio della società del benessere che seguì la fine della Seconda Guerra Mondiale, un analista americano specializzato nell’economia della distribuzione, proclamò: "La nostra enorme capacità produttiva (…) ci chiede di fare del consumismo il nostro stile di vita, di convertire l’acquisto e l’uso di beni in rituali, di ricercare la nostra soddisfazione spirituale, la soddisfazione del nostro ego, nel consumismo (…) Abbiamo bisogno che le cose siano consumate, distrutte, scartate e rimpiazzate sempre più velocemente.” Gli americani hanno risposto alla chiamata del signor Lebow, e gran parte del mondo li ha imitati. [Il grassetto è mio]

Nel 2005 la stessa citazione con le medesime omissioni, fatta erroneamente risalire al 1948, ricomparve in Capitalism as if the world matters di Jonathon Porritt il quale, nel dichiarare che il suo autore era stato uno dei più creativi analisti dell’economia della distribuzione nel periodo post bellico, notò come ciò che in essa possa oggi risultare shockante dovette apparire visionario e progressista all’epoca in cui furono scritte. Lebow si stava avviando a diventare la pistola fumante.
Due anni dopo furono i trenta secondi che Annie Leonard impiega in The Story of the Stuff  http://video.google.com/videoplay?docid=-2138416794381091301 per citare le stesse frasi, sempre con le stesse omissioni, a consacrarlo definitivamente tale.

Come è potuto accadere? Non è accaduto per caso … lo si è fatto accadere!
Appena dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale questi tizi cercavano di immaginare come far galoppare l’economia. L’analista Victor Lebow elaborò la soluzione che diventò la norma per tutto il sistema. Disse: "Le nostra enorme capacità produttiva (…) ci chiede di fare del consumismo il nostro stile di vita, di convertire l’acquisto e l’uso di beni in rituali, di ricercare la nostra soddisfazione spirituale, la soddisfazione del nostro ego, nel consumismo (…) Abbiamo bisogno che le cose siano consumate distrutte, scartate e rimpiazzate sempre più velocemente.”
E il capo dei consiglieri economici di Eisenhower disse che: “Lo scopo ultimo dell’economia americana è produrre più beni di consumo” 

Negli anni seguenti la citazione è stata ripresa da più parti, tradotta in innumerevoli lingue, ostentata come la prova lampante dell’esistenza di una mente che nella seconda metà degli anni Quaranta del secolo scorso avrebbe elaborato e messo in pratica strategie di seduzione capaci di soggiogare l’umanità con le nuove armi del marketing e della pubblicità. Citando Lebow si dimostrava in via definitiva il cinismo con cui il capitale avrebbe scelto di rendere gli uomini prigionieri, modificando la loro natura in quella di consumatori compulsivi, felici prigionieri di bisogni inesistenti, soggiogati da desideri distillati con sapienti artifici nei loro cervelli sin dalla nascita. 
Sono scarse le notizie di Victor Lebow facilmente reperibili: Wikipedia, nella versione in inglese, non riporta né le date né i luoghi di nascita e morte, fornendo poche note biografiche riprese dalle pagine iniziali di Free Enterprise: The Opium of the American People, libro scritto da Lebow nel 1972, dalle quali sappiamo che fu funzionario, dirigente e direttore di grandi corporation, che aveva reso una testimonianza di fronte alla Senate Small Business Committee nella sua indagine sulla libera concorrenza e che alla data di pubblicazione del libro aveva funzione di co-presidente nel Seminario in Economia della Distribuzione presso la Columbia University.
In compenso Wikipedia ci informa che l’articolo da cui è stata tratta la ormai famosa citazione si chiama Price Competition in 1955, che fu pubblicato nella primavera di quell’anno sul Journal of Retailing, e che non c’è accordo sul fatto che Lebow intendesse effettivamente incoraggiare e prescrivere il consumismo piuttosto che riconoscerlo e criticarlo come atteggiamento prevalente presso i consumatori americani.
Il titolo del libro da cui sono tratte le note biografiche genera in effetti qualche sospetto e rileggendo la citazione astraendola dai contesti in cui viene riportata si scopre che le si potrebbe facilmente attribuire un intento descrittivo piuttosto che prescrittivo. Un’ipotesi che viene confortata dal fatto che l’articolo da cui è stata tratta è decisamente più tardo rispetto al periodo in cui si stavano definendo le strategie economiche post belliche: nel 1955 in America il consumismo era già un modo di vita di massa.
La tesi che veniva sostenuta in Price competition in 1955 (http://hundredgoals.files.wordpress.com/2009/05/journal-of-retailing.pdf ) era che la piccola distribuzione (la GDO anche negli Stati Uniti era ancora da venire) si trovasse in quegli anni sotto l’attacco dei grandi produttori che, se da un lato erano impegnati a porre ogni ostacolo possibile alla concorrenza per cercare di guadagnare vantaggiose posizioni monopolistiche, dall’altro auspicavano una razionalizzazione del sistema distributivo che, gravando per il 70% sui costi finali dei prodotti, limitava la possibilità di acquisto da parte dei consumatori finendo per frenare le enormi capacità produttive che l’industria aveva ereditato dal periodo bellico.
In questo processo il nascente sistema pubblicitario, che invitava a perseguire standard di vita sempre più elevati per tenersi al passo con i propri vicini (Keeping up with the Joneses), costringeva i produttori a una omologazione dei prodotti su livelli più elevati di qualità con una conseguente perdita di identità per le marche e una erosione della fedeltà dei consumatori. Ogni marca era costretta a cercare di posizionarsi più in alto a prezzi di vendita più alti ma questo trovava un limite nel costo della distribuzione che diventava il limite della crescita della produzione.
All’epoca negli Stati Uniti esistevano circa 25.000 marche pubblicizzate e oltre 200.000 fra piccole marche regionali o legate a piccole imprese commerciali che erano minacciate dall’incombente potere della TV: stava per iniziare, in nome del consumo crescente, il genocidio delle piccole marche e delle produzioni locali: un fenomeno che avrebbe investito l’Europa e l’Italia un decennio più tardi.
Lebow per certi aspetti anticipava, in un articolo tecnico su una rivista di settore, alcune idee che sarebbero state riprese pochi anni dopo da Galbraith in The Affluent Society.
Da Alan Thein Durning in poi Lebow è stato la risposta sbagliata a una domanda sbagliata. Annie Leonard trasforma rapidamente la giusta domanda “come è potuto accadere?” in “da chi è stato fatto accadere?” scambiando cioè la ricerca delle cause in quella dei colpevoli. Questo slittamento ha degli indubbi vantaggi dal punto di vista di chi lo compie: semplifica enormemente il lavoro di ricerca e assicura la complicità del lettore a cui è consentito di sentirsi vittima di una cospirazione piuttosto che colpevole, come tutti noi, di una colpa banale, quella di cercare di vivere nella maniera più comoda e pertanto spesso dimentica della personale responsabilità nei confronti della società e del pianeta.
Nel necrologio apparso sul New York Times del 27 agosto 1980 Lebow viene ricordato come un esperto di marketing e un attivista dei diritti civili.
Anche la mente meglio addestrata all’esercizio critico della scienza finisce spesso per sottoporre a critica insufficiente i fatti che sembrano dargli ragione.



venerdì 2 luglio 2010

Senza le sue lame Molfetta non esisterebbe







Che l’Italia sia in balia di quei vandali che, come diceva Antonio Cederna, «per turpe avidità vanno riducendo in polvere le testimonianze del nostro passato», e che «le meraviglie artistiche del “Paese dell’arte” e del “Giardino d’Europa”» si ritrovino «sotto le zanne di questi ossessi: indegni dilapidatori di un patrimonio insigne» è cosa nota persino ai bambini e non fa più nemmeno scandalo.
Non starò quindi qui, a proposito della triste vicenda delle lame nostrane, a intonare il solito mesto canto funebre che ogni qual volta uno scorcio, un monumento, una piazza, un albero secolare viene abbattuto, cancellato, stravolto, ci ritroviamo a riprendere all’interno di quei sempre più sparuti e tristi gruppetti di sconfortati e stanchi oppositori di questo infernale meccanismo che, in nome di effimere e inutili paccottiglie moderne, cancella storia e identità. Mi propongo invece di raccontare, con ciglio asciutto e senza neanche fingere falso stupore di fronte all’incomprensibile autolesionismo umano, di quanto sia stato paradossale il destino delle lame che le ha volute progressivamente far scomparire, prima ancora che dal paesaggio, dalla nostra coscienza.
La storia di questa rimozione collettiva, a raccontarla da Molfetta, disegna una parabola che, se trova il suo culmine nella dichiarazione recente da parte del dirigente dell’UTC di cessazione di ogni residuale funzione idraulica per ogni lama presente nel territorio cittadino (nei casi, si intende, in cui proprio non sia possibile negarne l’esistenza stessa), le aveva viste, nella considerazione generale, già da tempo ridotte ad aree di miserevole valore, scomodi avvallamenti buoni al più per scaricarvi i materiali di risulta degli sbancamenti di quanto veniva costruito nei pressi.
Eppure, ecco il paradosso, senza le sue lame Molfetta non esisterebbe.
Come non esisterebbero le città della Terra di Bari, tutte quante sorte in prossimità di luoghi in cui le acque sotterranee, scorrendo a minor profondità, erano meglio utilizzabili; insomma in prossimità delle lame, appunto. Che, in verità, nell’antichità si comportavano spesso come veri e propri fiumi di cui Strabone o Plinio ci hanno tramandato la memoria. Ancora ai tempi di Orazio, che pure parlava di “siticulosa Apulia”, il Pactius scorreva tra Bisceglie e Trani, l’Aveldium tra Barletta e Trani, a Bari lo Iapycòn sfociava ancora a San Giorgio e a Canosa esisteva addirittura un porto fluviale sull’Ofanto. E se fra Salapia e Siponto si distendeva una enorme laguna navigabile, invasi e piccoli laghi, erano assai diffusi da Palombaio a Grumo a Palo. Se oggi sono ormai scomparsi, ne resta il ricordo nella toponomastica (per esempio “lago Tammone” a Molfetta o i tanti “pantani” che ricordano la fase terminale dell’esistenza di questi laghi).
Ma quando le lame hanno cominciato a disseccarsi e perché?
Strabone ci dà date precise: le guerre contro Pirro e contro Annibale sono state le cause delle prime devastazioni e dei disboscamenti che hanno via via reso meno umido il suolo e quindi più permeabile, spingendo l’acqua sempre più in profondità. Da allora la desertificazione della Puglia è andata avanti in varie fasi e per mano di varie genti e dinastie, con l’unica virtuosa parentesi degli Arabi e del loro emirato a cui si deve l’introduzione di metodi colturali capaci di utilizzare al meglio la poca acqua disponibile e rendere nuovamente fertili le campagne baresi. È questo il periodo d’oro dei muretti a secco, dei lavori idraulici nelle lame, delle norie, della “semina delle pietre”.
Il disboscamento dell’area murgiana è andato avanti con varie motivazioni (un ultima fase si può far iniziare nel 1806 con l’abolizione del regime feudale e il tentativo di mettere a coltura i terreni che venivano progressivamente sottratti ai boschi superstiti: tentativi falliti, ma boschi comunque distrutti) provocando un progressivo disseccamento dei corsi d’acqua e la loro rovinosa attivazione solo in coincidenza con fenomeni sempre più estremi.
Nelle città intanto l’espansione urbana del XVIII e XIX insieme alle nuove norme igieniche modificavano irrimediabilmente il rapporto con le acque sotterranee: le fognature e, più spesso, i pozzi neri inquinavano irrimediabilmente le falde rendendo impossibile il loro uso. Le nuove espansioni si svilupparono verso l’interno, a monte rispetto alle sorgenti che sgorgano principalmente in riva al mare e così le falde cittadine furono progressivamente abbandonate. Restava solo l’acqua piovana, mentre persino il ricordo della presenza dell’acqua di falda veniva rimosso: era una umanità allo stremo quella che vide sgorgare dalle nuove fontanelle dell’Acquedotto pugliese la prima acqua portata dal Sele e, con essa, la fine dell’antico regime idrico. A cui contribuiranno l’elettrificazione delle campagne, la realizzazione di pozzi sempre più profondi e i concimi chimici che creano una sorta di indifferenza dei suoli: la buona terra non si cerca più nelle aree golenali: si può produrre anche nella polvere.
Ed eccoci ad un presente fatto di lame che tecnici dalle ampie prospettive ci dicono che non esistono, e se proprio esistono sono fossili rinsecchiti, in perfetto accordo con i proprietari dei suoli che non vedono l’ora di disfarsi di terreni che, se pure rendono, renderanno di più se venduti e cementificati. Neanche l’esistenza di normative che tengono finalmente conto delle specificità delle lame e del loro valore paesistico, storico e identitario li smuovono. Finanche il rischio idraulico ormai evidenziato con chiarezza dai fatti gravi e recenti li dissuadono dal considerare la geologia e la morfologia del territorio come nient’altro che una scocciatura.

Il paesaggio, quello italiano in particolare, diceva Eugenio Turri, è un palinsesto di memorie.
I segni che chi ci ha preceduto ha tracciato sul territorio si sono fatti spazio in luoghi già affollati da altri segni tracciati, a loro volta, coprendo o reinterpretando tracce preesistenti che si sovrapponevano anch’essi a segni ancora più antichi in una regressione che si spinge così lontano nel tempo da far assumere al paesaggio italiano, così profondamente antropizzato, le forme di una “seconda natura”.
Fino ad oggi.

domenica 28 febbraio 2010

Una storia ignobile

I primi giorni del marzo 1971 iniziavano i lavori di demolizione di Palazzo Cappelluti






È sempre la solita vecchia storia.
Un vecchio palazzo, un quartiere malsano, una fabbrica dimessa, e qualcuno che li vuole tirare giù per costruire qualcosa di nuovo. Les Halles, i Navigli, lo stadio di Wembley, il Borgo Novo, le ville liberty di Palermo: una storia che si ripete sempre uguale e dappertutto, a Roma come a Milano, a Parigi come a Londra, a Palermo come a Molfetta nel suo piccolo, con il suo Palazzo Cappelluti, col biscottificio Pansini & Gallo, con l’orchestra della Villa Comunale buttati giù, con il Cenobio di San Martino che affoga fra i capannoni industriali, e poi le ciminiere Gallo e i piccoli edifici con le colombaie sulle facciate che tutt’intorno ospitavano le officine, lo stabilimento Maldarelli, e così a continuare.
Ruderi malsani per qualcuno, preziose memorie per altri. Cemento contro muretti a secco, anticorodal contro chianche, asfalto contro pavimenti De Lillo.
No, non sono sempre i cavalieri del nuovo, gli alfieri di questa sbandierata, presunta e pelosa modernità, quelli che scavano crateri nella storia, che l’hanno vinta. Ma le loro sono vittorie definitive. Quando a vincere sono invece gli altri, quelli che vogliono conservare la memoria dei luoghi, resta comunque palpabile un senso irriducibile di sospesa precarietà: per oggi è andata, ma domani?
E quando invece arriva, definitiva, la sconfitta, in quegli spazi vuoti, in quello sbigottimento spaziale, in quell’assenza di volumi già preceduta dal sonno della memoria contro la quale non si riesce mai a fare abbastanza, e che precede una nuova semantica urbana che tutto definitivamente cancellerà, si può al massimo inscenare un’ultima protesta come quella di Marco Ferreri che camuffò gli sfrattati dalle ruspe, i rifiuti umani, in pellerossa fra gli sbancamenti di terra degli antichi mercati all’ingrosso della capitale francese.
È una guerra asimmetrica quella che viene combattuta fra chi nel presente vede il futuro da costruire e quelli che nel presente vedono sgretolare il passato.

Se facessimo un sondaggio fra i molfettesi chiedendo loro quanti ritengono che sia stato giusto buttare giù palazzo Cappelluti, sono sicuro che pochi, non foss’altro per pudore, avrebbero il coraggio di dire di sì. È allora perché ne restano solo foto sbiadite?
I molfettesi di fronte alle vecchie foto sanno struggersi e rimpiangere la città che non c’è più, e non v’è dubbio che siano in questo sinceri. Ma allora perché non sono riusciti ad impedire quelle demolizioni?
Se si vanno a rispolverare i giornali dell’epoca, ci si sorprende nel constatare quanto inadeguata, flebile se non totalmente inesistente sia stata l’opposizione a quelli che oggi, tardivamente, chiamiamo scempi.
Gli argomenti a favore della conservazione sempre declinati troppo blandamente per fare presa.
Al contrario chi voleva fare posto al nuovo o taceva e faceva parlare i fatti o, se parlava, appariva come un determinato, irridente annunciatore della storia che si rimette in moto.
Dopo qualche anno, quando la città uscì dal torpore e la novità si dimostrò assai meno bella dell’annunciato, i lamenti per la perdita cominciarono a diventare senso comune.
E nelle scuole elementari si insegnò come era bella la città che non c’era più. Gli adulti ascoltavano, annuivano, provavano a scusarsi: eravamo giovani, non sapevamo, non capivamo...
Poi la storia si ripete, i ragazzetti a cui avevano spiegato che buttare giù palazzo Cappelluti era stata una stupidaggine oscena, oggi sono ormai signori imbolsiti, magari calvi e con le palpebre cascanti che di fronte alla demolizione della palazzina uffici dei Cantieri Tattoli hanno applaudito felici immaginando nuovi parcheggi con vista sul tramonto e ora sognano. Sognano grattacieli svettanti verso il cielo lì dove c’erano le lame, capannoni dove c’erano tendoni e uliveti, asfalto e cemento dove c’erano edicole votive e muretti a secco. Sognano, forse, anche pecore elettriche.
(La foto in testa al post è quella di copertina di "Palazzo Cappelluti. Una vicenda oscura" di Nicola Morgese, ed. Edirespa)

martedì 23 febbraio 2010

Causa Prima

In tutte le cause ordinate, l'effetto dipende più dalla causa prima che dalla causa seconda, perché la causa seconda non agisce se non in virtù della causa prima.
Tommaso d'Aquino, Summa Theologica, II, 1, q.9, a.4

Poniamo dunque che, mosso a pietà per un ragno casualmente (?) finito nel mio soggiorno, invece di schiacciarlo lo raccolga delicatamente e lo ponga in salvo sul balcone. Poniamo anche che di lì a poco una mosca che passasse per caso (?) ne fosse spaventata e compiendo un rapido scarto finisse nel becco di un passerotto accidentalmente (?) di passagio. E poniamo che il volatile ristorato e soddisfatto scegliesse di riposarsi sulla mia biancheria messa ad asciugare, ripartendo dopo un po' senza mancare di evacuare in conseguenza dello stimolo derivante dal pasto.
Potrei incolpare di tutto ciò altri se non chi mi ha fatto dono di un animo così sensibile?

venerdì 2 gennaio 2009

Boltzmann a Duino

(a Mario Abbattista che cerca futuri inverosimili)






A Boltzmann e al suo Principio dobbiamo la conoscenza, forse indubitabile, del mondo che, nella sua continua e ineludibile decadenza, procede dall’improbabile al certo, dall’inverosimile all’ovvio, dalla inconcepibile singolarità da cui il suo ordine ha avuto origine al caos che, di quello, è statisticamente assai più probabile; dall’inspiegabile comparsa della vita a partire da materia inerte alla morte termica che spegnerà ogni fiammella animata su questa Terra; dalla capricciosa serie di coincidenze che ha portato alla nascita di ciascuno di noi alla ritrovata regolarità che la nostra morte comporta.

Nella visione di Boltzmann l’origine dell’essere è oscuro e incomprensibile: ragione della ritrosia con cui i suoi colleghi, scienziati di un’epoca che ancora non si sentiva felicemente decadente, accolsero la sua opera. Che una assurdamente piccola possibilità, ancora più piccola di quella che io possa improvvisamente cominciare a comprendere e parlare russo e swahili o che possa cominciare a correre più velocemente di quanto non riuscissi a fare trent’anni fa, sia all’origine di tutto ciò su cui i nostri occhi stupefatti si spalancano ogni giorno implica che il caos, o peggio un dio, possa aver generato l’essere attraverso il caso.

La visione di Boltzmann è piantata nella statistica: tutto è misurato secondo curve di probabilità. E la probabilità di un evento è funzione del tempo.
Date una quantità infinita di tempo a una scimmia che a caso pigi i tasti di una macchina da scrivere e da quello sterminato ticchettio spunteranno fuori prima o poi – non può non succedere – la Divina commedia e il Don Chisciotte, i Fiori Blu e Moby Dick, Finzioni e il Barone rampante e tutte le altre opere della letteratura mondiale e le loro traduzioni in tutte le lingue e in tutti i dialetti esistenti o inventati insieme a tutti i gialli che Simenon non ebbe voglia di scrivere e ai libri persi di Anassimandro, e alle opere che non saranno mai scritte per via della limitata esistenza del genere umano oltre, naturalmente, all’umile nota che avete sotto gli occhi.
Se il tempo non esistesse l’improbabile non esisterebbe: tutto sarebbe o non sarebbe. Qualunque cosa, con una percentuale seppure infinitesimale di probabilità di esistenza diversa da zero, sarebbe.
Se il tempo non esistesse, dunque, l’essere non sarebbe improbabile, ma certo.
Ma l’essere è, ergo è possibile che il tempo non sia.
E i futuri inverosimili, allora, non sarebbero né futuri né inverosimili ma presenti qui tutti insieme dietro quest’infinito numero di angoli temporali che basta girare la testa e già li vedi.

martedì 16 dicembre 2008

My sportive blood: il mistero del calcio

(a Mimmo Favuzzi, tifoso dell'Inter)




L’Italia deve circa il 2% del suo PIL all’agricoltura. Al calcio il 2,7%. Quella del pallone, indotto incluso, sarebbe la quinta industria del paese. Non so se sia più sorprendente il dato in sé o il fatto che sia possibile, correntemente, definire “industria” l’inseguire un pallone in mutande e calzettoni.
I critici del PIL, quelli che lo ritengono misura falsa della ricchezza, avrebbero certo molto da dire in proposito; io mi limiterò a notare che la rappresentazione che Antonio Cassano ha fatto di sé, in una recente intervista televisiva, sarebbe profondamente errata: non di un “nullafacente” si tratterebbe, ma, al contrario, di persona laboriosissima alla quale il paese tutto deve essere grato, e non già solo per le magie di cui è capace con i piedi, ma perché materialmente ci fa tutti più ricchi.
Keynes sostenne che, dal punto di vista dell’efficacia della spesa al fine di stimolare la domanda e quindi la crescita economica, fra costruire strade e ponti o, piuttosto, scavar buche per ricolmarle differenza non ve ne sarebbe alcuna. E, ne sono sicuro, se fosse stato sollecitato a esprimere un’opinione, non avrebbe mancato di riconoscere ai calciatori un’utilità sociale certo non inferiore a quella di ipotetici scavatori di fossi.
Si sa che la produzione industriale in una società capitalista è per sua natura eccedentaria: sempre di più si creano beni con sempre meno addetti. Dissipare velocemente quel che sempre più velocemente e in maniera sempre più abbondante vien prodotto da un numero decrescente di addetti sempre meno pagati è il primo grande problema di quella che chiamiamo, senza neanche ironia, “civiltà del consumo”: una “civiltà” che deve consumare beni con l’incrementante velocità necessaria a sostenere l’economia, se non vuol vedersi costretta a sperare in catastrofi naturali o, addirittura, a ricorrere a guerre per colmare l’insufficienza della domanda.
È vero che potremmo risolvere il problema della sovrabbondanza e dello spreco lavorando tutti di meno, dandoci all’ozio creativo, alla ricreazione filosofica, a tranquille passeggiate salutistiche. Ma senza surplus non ci sarebbe accumulazione e non esisterebbero differenze sociali.
Né la necessità di trovare una giustificazione a queste differenze: come far sì che il paradosso, per cui a venir beneficiato dalla moltitudine di chi ha meno è chi di più ha, non sembri tale, come fare in modo, cioè, che gli happy few non solo non siano oggetto di risentimento, ma che anzi siano amati da un numero di persone sufficientemente grande da garantire la stabilità del sistema sociale, è l’altro grande problema.
Per lungo tempo la nascita illustre e un dio che tutto considera rendevano sufficientemente motivati ogni dispensa, franchigia o vantaggio. Oggi, retaggio maligno della Presa della Bastiglia, ogni privilegio rischia di essere visto con diffidenza e sospetto. Nel senso comune è ormai cementata l’idea che solo il merito possa giustificare ricchezze e sperequazioni e non sembra possibile, almeno a breve, un ritorno agli antichi principi.
La crescita esponenziale della produzione di beni e l’ineludibile assottigliarsi del numero dei produttori costringe così, è inevitabile, a dilatare i confini del merito e a riconoscere come virtuose attività fra le più varie e fantasiose. Che non starò qui a elencare e neanche ad accennare perché non è mia intenzione correre il rischio di essere tacciato di praticare quella facile ironia che viene dal risentimento.

La parola “sport”, che con “diporto” condivide l’etimo, appare una delle prime volte nella lingua inglese in un sonetto di Shakespeare:
For why should other's false adulterate eyes / Give solution to my sportive blood?
che trovo tradotto:
Perché mai dovrebbero gli occhi altrui adulteri / considerar vizioso il mio amoroso sangue?
Lo “sport”, nella sua accezione originale, va inteso come una predisposizione del sangue a infiammarsi senza tornaconto, senza una ragione vera, ma solo per amore dell’amore.
Gratuità e diletto: non molto delle caratteristiche fondative è rimasto nello sport professionistico dei nostri tempi, perlomeno in chi lo pratica.
Ma per chi invece lo guarda in tv seduto comodamente in poltrona posseduto da trance agonistica, dimentico di tutto, di madri, mogli e figli, di IVA da pagare, di licenziamenti pendenti, tutto è rimasto come prima. Al primo fischio dell’arbitro il triste principio di economia, il richiamo noioso a far quel che è utile è dimenticato e allo spreco si partecipa festanti.
Se scialacquare si deve, non è giusto che sia soprattutto il calcio a farlo?
Che il mondo si dissipi dunque in una veronica, o in un paso doble, in un tunnel e in un colpo di tacco, in uno di quei momenti perfetti che celebrano in una comunione estesa all’umanità intera questo «mistero senza fine, bello» che è la vita e il calcio, il calcio e la vita.

mercoledì 5 novembre 2008

"La catastrofe è inevitabile", appunti sulla fine del mondo










1.
Entrati a Barletta provenendo da Trani, dopo essersi lasciati alle spalle il Castello e aver superato Porta Marina si imbocca via Mura del Carmine. Lì ci si imbatte in questi muri e in questa scritta.
2.
(La semiotica come la intendeva Hjelmslev è sostanzialmente una teoria della forma. È il linguaggio cioè che dà forma e significato al mondo. Senza il linguaggio il mondo sarebbe inconoscibile: la materia senza forma è infatti impensabile.
L’apocalisse, cioè l’ incapacità di dare conto del mondo, è uno sfaldamento della realtà, la perdita dell’operabilità del mondo.
Se, come si sostiene, l'autore dell'Apocalisse fosse lo stesso Giovanni che premette al suo Vangelo le parole “in principio era il Verbo”, sarebbe la sua una parabola del tutto coerente.
La menzogna nel mondo antico era un peccato mortale perché era vista come un contributo all’instabilità del mondo: l’Apocalisse è il regno della menzogna.)
3.
Dolce è la parola "catastrofe" nel suo originale significato: indicava infatti quel che accadeva alla fine delle tragedie greche, quando tutto andava a compimento e il fato, di cui le macchinazioni di uomini e dei cercavano di mutare la via, riprendeva inevitabilmente il suo corso.
Dolce, dicevo, perchè il senso delle cose veniva infine riconquistato e gli uomini nel considerare gli eventi a cui avevano assistito, non potevano non riconciliarsi con il mondo.
La prima volta che la parola "catastrofe" è stata utilizzata in senso moderno è in occasione del terremoto di Lisbona quando Voltaire, Rousseau e Kant si confrontarono sulla giustizia divina e sulla razionalità del mondo.
Il termine è ormai abusato e per "catastrofe" oggi intendiamo un evento repentino capace di sconvolge un equilibrio e creare una cesura epocale, un'irrimediabile spartiacque fra ciò che c'era prima e ciò che segue.
S.J. Gould elaborò la teoria degli "equilibri punteggiati". La storia della vita sarebbe questa: lunghi, lunghissimi periodi in cui tutto si rincorre in meccanismi scontati e storie già viste, ordinarie violenze e riproduzioni fantasiose; poi, improvvisa, giunge la "catastrofe". Raramente per eventi "esterni", "naturali", "oggettivi", più spesso per logica e inevitabile conclusione della strada imboccata dalla vita.
Dal punto di vista di un virus o di un batterio la morte dell'ospite infettato, potrà sembrare strano, costituisce una catastrofe: milioni, miliardi di suoi simili muoiono con il corpo di chi li ospita. Se si espandesse troppo in fretta il patogeno provocherebbe la propria fine come specie.
Eppure che cosa ha fatto se non seguire il proprio naturale egoismo vitale? Ma dovrà mutare per evitare altre catastrofi: la sifilide in meno di cent'anni ha imparato a risparmiare gli uomini.
La catastrofe non è cosa "prepolitica". È, anzi, l'orizzonte nel quale oggi si manifesta il nostro agire – inevitabilmente – politico.
Non è qualcosa a cui aspirare, non è la salvatrice a cui appellarsi nella nostra incapacità di modificare lo stato delle cose.
È qualcosa da evitare. Come la peste, appunto.

giovedì 31 luglio 2008

Coltivare la carne

In vitro meat

La notizia risale allo scorso aprile: il PETA (People for the Ethical Treatment of Animals), una fra le più note organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti animali: è quella che spoglia attrici e modelle contro le pellicce, ha messo in palio un premio da un milione di dollari che andrà a chi riuscirà per primo, entro il 12 giugno 2012, a produrre in laboratorio tessuti animali di gusto e consistenza non distinguibili dalla carne di pollo e che possano essere messi sul mercato a un prezzo competitivo.
Anche se filetti e costate non sono indispensabili alla nutrizione umana, e anche se è in vendita una certa quantità di imitazioni vegetariane più o meno riuscite della carne, c’è un considerevole numero di persone che, pur non essendo del tutto insensibili alle sofferenze degli animali, non sanno rinunciare a bistecche, scaloppine e ossibuchi. Così il PETA ha scelto, pragmaticamente, di andare incontro a questa umanità carnivora senza più pretendere di redimerla, nella convinzione che consentire agli impenitenti divoratori di braciole, salsicce e paillard di continuare a soddisfare i loro carnali desideri, evitando al contempo la quotidiana ecatombe di bovini, suini, polli, tacchini, pecore, agnelli e quaglie, senza trascurare pesci, molluschi e crostacei che quotidianamente finiscono sulle nostre tavole, non sia una strategia “uncomfortable”, scomoda, come si è espressa Ingrid Newkirk, la co-fondatrice e presidente dell’organizzazione.
Nonostante l’ottimismo della Newkirk la pensata ha suscitato da parte di molti animalisti forti perplessità: all’interno della stessa PETA, vien riferito, sarebbe scoppiata qualcosa di simile a una “guerra civile”.
Infatti da molti puristi dei diritti animali l’iniziativa viene vista come una resa morale, perché riduce o elimina le giustificazioni etiche (la sofferenza arrecata a esseri viventi) e ambientali (la smisurata impronta ecologica degli allevamenti) a favore del vegetarismo, rendendo il mangiare carne una decisione accettabile.
Le tecnologie attuali consentono di produrre al più un sottile strato di cellule, un “foglio” da cui si può a fatica, e a costi elevatissimi, ottenere una poltiglia adatta, forse, a fare salsicce e hamburger. Ma fra non molto sarà possibile irrorare il tessuto in coltura con vasi sanguigni di modo che anche le cellule che non vengono a contatto con il liquido nutriente potranno essere alimentate a dovere, permettendo così alla carne di aumentare adeguatamente di spessore. E si potrà anche far sì che nella carne ci sia un po’ di grasso e ossi per ottenere alfine una vera bistecca. Volendo persino una fiorentina: basterà partire da staminali di chianina.
A quel punto il processo andrà industrializzato per renderlo economicamente conveniente, forse l’aspetto più difficile della vicenda: attualmente il costo della carne coltivata si aggirerebbe intorno ai 4 milioni di dollari al kg., a fronte di un costo, nei paesi industrializzati, estremamente basso, come mai lo è stato nella storia dell’umanità, grazie a selezioni geniche, all’irrisorio costo dell’energia e dei trasporti, agli integratori alimentari e alla “razionalizzazione” degli impianti: le sofferenze degli animali infatti non generano costi, purché quelli non muoiano prima della macellazione.
Riuscite a immaginare chilometrici petti di pollo che su nastri trasportatori avanzano verso il taglio e l’impacchettamento? Sarebbero sanissimi, “perché i sostituti della carne saranno prodotti in condizioni controllate impossibili da mantenere nelle fattorie tradizionali e per questo saranno più sicuri, più nutrienti, meno inquinanti, e più umani rispetto alla carne convenzionale” come si legge sul sito della New Harvest (http://www.new-harvest.org), una società fondata nel 2004 con lo scopo di “sostenere lo sviluppo dei sostituti della carne, con l’obiettivo a lungo temine di creare alternative economicamente competitive alla produzione convenzionale di carne”.
Filetti, quelli futuri, certo molto più sani di quelli ricavati dai polli stipati all’inverosimile in batteria, obesi e pieni di ulcere provocate dagli escrementi sui quali sono costretti a stare seduti per settimane, imbottiti di antibiotici e tenuti svegli a beccare tutto ciò che ha un colore paglierino per tutti i 35 giorni della loro breve e allucinata esistenza. Per fortuna non c’è molto in quelle pallide e insapori fette adagiate su una vaschetta di polistirolo e avvolte nel domopack, con su una bella tranquillizzante etichetta a riportare peso e prezzo e data di scadenza e provenienza, a ricordarci che una volta erano parte di un essere vivente.
E allora perché non pensare a produrre organi, arti, quarti pronti per una macellazione senza vittime? Ossi e lacerti saranno spezzati e affettati senza impartire sofferenza. E come potremo provare sensi di colpa mangiando carne mai nata e che quindi mai morirà anche quando sarà ingerita e digerita?
Potremo anche coltivare pelle da concia, così, senza più sensi di colpa potremmo evitare di rinunciare a cinture, scarpe, giacche e portafogli. Potremo ottenere lunghi tappeti di epidermide di ermellino o visone o volpe argentata e sdoganare le pellicce. E che ne dite di suini fatti di sole cosce? Potremmo persino pensare di mettere a coltura cellule staminali prelevate da noi stessi. Sarebbe cannibalismo? E se immaginassimo di produrre interi animali privi di cervello, in modo da usare quel che più ci serve?
In queste fantasie l’assenza del cervello sembra il limite eticamente insuperabile: bisognerà proprio rinunciare alla capuzze con le patate.
Chissà, forse il destino dell’uomo in quanto specie è proprio quello di dare materialità ai propri incubi.

giovedì 6 marzo 2008

Paesaggio con cisterna

La strage del 3 marzo



Il Truck Center, poco più di un grosso autolavaggio, si trova nell’Area di Sviluppo Industriale di Molfetta, 400 ettari che dieci anni fa erano un mare di ulivi: centomila ne hanno abbattuti, sradicati e spediti al Nord per decorare i giardini della Brianza e i parcheggi dei centri commerciali del Triveneto, o fatti a pezzi per ricavarne parquet o semplicemente legna da ardere. Muretti a secco, lame, torri e masserie, non è stato risparmiato nulla: il cenobio di San Martino, che risale al XIII secolo, è diventato uno spazio d'esposizione per rubinetti e tazze da bidet. Mentre procedeva l’urbanizzazione, nelle strade appena tracciate venivano regolarmente accumulati rifiuti speciali e inerti che arrivavano da ogni dove, richiamati dalla sospensione delle regole in un’area che non era già più sotto la responsabilità comunale senza che fosse ancora pienamente passata sotto le competenza di altro ente, per poi sparire sotto il peso delle macchine schiacciapietre.
Qualche giorno dopo, quando l’asfalto si era appena raffreddato, su quelle strade ancora deserte e circondate dal nulla arrivavano i fantini a guidare cavalli, momentaneamente distratti alla macellazione, in corse clandestine.
Alla fine gli insediamenti industriali sono arrivati: una settantina, molti dei quali a seguito di rilocazioni pagate con la 488, e soprattutto il Fashion District, la “Città della moda”, con i secondi piani degli edifici finti, con il cinema multisala e con le piazzette in polistirolo, nuovo luogo di struscio per le nuove generazioni che disertano ormai quello che da cuore della città si avvia a diventare una melanconica periferia senza centro. Domenica scorsa, due giorni prima della tragedia, alla presenza del vescovo che benedicendo auspicava anche lì, per ricordare la comune matrice cristiana, la creazione di un piccolo luogo di preghiera, del sindaco-senatore (centro-destra) e dell’assessore regionale (centro-sinistra), è stata inaugurata anche la Mongolfiera, centro commerciale con la “saracinesca più grande d’Europa” e una galleria di 110 negozi. Oggi, con un laconico comunicato, i Carabinieri hanno fatto sapere che in un capannone non troppo lontano sono state ritrovate, insieme a cinque Porsche rubate da un autosalone di una città vicina, migliaia di ogive e inneschi per confezionare munizioni.

Qualche giorno fa Bertinotti ha detto che «Non si può stare al tempo stesso con i lavoratori e con gli imprenditori». Ha segnato il territorio, l’ex presidente della Camera: da una parte chi vede che le disuguaglianze sono catene pesanti, dall’altra chi racconta di ascensori sociali da rimettere in moto e capaci di far apparire possibile per tutti una vita migliore. Da una parte chi del sogno salvifico della società senza classi si sente derubato da chi, dall’altra parte, racconta che la storia è già finita in una melassa interclassista affollata da immaginari padroni di se stessi. Bertinotti, ha dichiarato guerra all’illusione di una società che fluida è solo nel suo apparire, solo perché capace di nascondere i fatti sotto una coltre di narrazioni frammentate, solo perché capace di confondere e sparigliare i nomi delle cose in modo da far scambiare la mutevolezza e provvisorietà delle differenze con la loro scomparsa.
Ma qui, a Molfetta da dove scrivo, i cinque morti del 3 marzo raccontano di una società in cui è sempre più difficile rintracciare con nettezza il confine fra lo sfruttato e lo sfruttatore, dove è sempre più difficile distinguere il libero professionista o il padroncino dal precario, il terzista dal cottimista, l’incertezza subita dalla flessibilità goduta. Raccontano, quei corpi ammucchiati nella cisterna, di una realtà in cui è sempre più arduo porre un individuo, nella sua totalità sempre più imprecisa, multiforme e frammentata, di qui o di là dalla linea che divide gli oppressi dagli oppressori. Qui non è stato come alla Thyssen-Krupps dove da una parte li vedevi bene i padroni in giacca e cravatta e dall’altra gli operai in tuta nell’inferno dei laminatoi; qui i solchi, i confini passano attraverso le anime e i corpi di persone che, come tutti noi, di volta in volta si trovano a essere vittime e carnefici: qui le responsabilità non sono rintracciabili in ruoli precisi e in incurie certe.
È, piuttosto, tutto il sistema di produzione che esternalizzando le mansioni per tagliare i costi, frantuma le responsabilità in un pulviscolo inconsistente: è tutto il sistema delle normative che finisce troppo spesso per gravare su chi non può sostenerlo perché è anche lui un anello debole e ricattabile, stretto fra chi impone il prezzo del lavoro e la banca che non fa credito.

Erano lavagisti esperti, è stato detto, non era certo la prima volta che lavavano cisterne che avevano trasportato sostanze potenzialmente pericolose. Forse però facevano un lavoro di cui avevano sottovalutato il rischio, si sono ritrovati ad essere un ingranaggio probabilmente inconsapevole di una macchina che tende a far sparire i costi di riciclaggio e messa in sicurezza disperdendo il pericolo, riversandolo dove capita. Che fine avrebbe fatto quel veleno se le circostanze non avessero preso una svolta così tragica? Che fine hanno fatto i contenuti delle altre cisterne? Vorrei essere rassicurato, vorrei che qualcuno mi dicesse che non sono finiti, scorrendo nelle falde, in quel mare distante poche centinaia di metri dove d’estate vado a fare il bagno.

Per l’estate prossima, accanto all’Outlet, è prevista l’inaugurazione di “Terra dei Giganti” parco divertimenti a tema.

venerdì 15 febbraio 2008

"Terra dell'uomo"

(dove si parla dei giardinetti sotto casa)


Appena dopo l’ingresso il moncone di viale fa uno scarto e punta più decisamente verso ovest, diritto oltre l’area dei giochi, a cercare un centro, posticcio rispetto a quello che era l’assetto originario della piazza, dove, circondato da panchine dallo schienale curvo accostate in numero sufficiente a chiudere la circonferenza, è stato piantato un fusto sottile che fra molti anni sarà forse un albero capace di dare ombra a chi vorrà, su quelle panchine, sedersi.
Più in là, una rientranza nella recinzione ospita poderosi manufatti in pietra e cemento, acciaio e legno che dovrebbero servire a nascondere i cassonetti dell’immondizia, ma che finiscono invece per sottolinearne chiassosamente la presenza a ricordare, neanche si trattasse di un monumento alla modernità consumistica, che tutto quello che compriamo, presto o tardi, lì dovrà andrà a finire.
Non è particolarmente brutto o bello questo nuovo giardinetto che viene a prendere il posto di un altro giardinetto, anch’esso né brutto né bello, che però ai miei occhi aveva almeno il pregio di essere lì da quando ne avevo memoria: questo nuovo, con le solite panchine comperate a catalogo, con i soliti lampioni in numero inspiegabilmente eccessivo, con il solito prato all’inglese sul poco terreno sopravvissuto a mattonelle e cemento, con i giochi per bambini in legno multicolore come ormai si vedono uguali da Canicattì a Brescia, è proprio quello che ci si aspetta di trovare sotto casa una volta superati i segnali che proibiscono di giocare a palla e di introdurre cani e biciclette e di fare tutto quello ci si immagina di voler fare in uno spazio verde. È, insomma, il giardinetto di quartiere che ci hanno educato ad immaginare regalandoci da bambini i pupazzetti playmobil: che le cose debbano andare in un certo modo, è bene impararlo da piccoli.

“Giardino” deriva da una parola di origine germanica che, come la corrispondente parola greca paràdeisos che discende a sua volta da una parola persiana, indicava un luogo recintato, anzi “il” luogo recintato per eccellenza, spazio in cui come in un incubatoio, o in un vaso, o nel grembo materno, ciò che è propriamente umano nasce e viene protetto insieme a ciò che della natura è all’uomo benevolo e dunque coltivato.
“Giardino” è, dunque, la “terra dell’uomo” in opposizione a quanto appare ostile e incomprensibile.
Più tardi il luogo cintato, chiuso, l’area da cui si voleva escludere tutta quella parte del mondo fenomenico che potesse indurre sgradevolezza o inquietudine nei suoi frequentatori, diventa il luogo delle delizie per pochi e interdetto ai più, per poi cominciare, dalla fine del XVIII secolo, a essere aperto a tutti: il “giardino pubblico”, un vero e proprio ossimoro, deve la sua esistenza all’Illuminismo e alla Rivoluzione che elessero a bene comune ciò che prima era riservato a clero e nobiltà.
Il giardino subirà in quegli anni il medesimo processo di mondanizzazione a cui andrà soggetta l’arte che allora, e in maniera definitiva, separerà il suo campo da quello delle celebrazioni religiose. Da allora in avanti si avrà “arte” come luogo della sperimentazione e “arte sacra” come luogo di una rappresentazione canonica progressivamente scivolante nel kitsch, mentre il giardino da “macchina emozionante”, luogo d’incanto e d’incontro con l’ineffabile, diventerà un razionale luogo deputato alla ricreazione salutistica dei corpi.
Oggi usiamo la stessa parola per indicare gli spazi alberati in prossimità delle stazioni e quelli che Semiramide percorreva sulle terrazze di Babilonia e non abbiamo particolari difficoltà a chiamare “giardino” aree aperte, a volte pericolose e da evitare frequentate come sono da prostitute e spacciatori.
Questa omonimia è la cicatrice di uno smottamento dell’anima: oggi non è più la natura ad apparirci oscura e pericolosa ma sentiamo, semmai, che è piuttosto la natura ad avere bisogno di essere difesa dalle oscure pulsioni dell’uomo (il parco, in questo senso, è esattamente il contrario del giardino). Tutto il mondo è ormai “terra dell’uomo” e le recinzioni non servono per tenere lontane minacce “esterne” quanto per evitare quelle “interne” che vengono da vandali e teppisti: le cure difensive sono le stesse che bisogna prodigare per preservare una qualunque proprietà pubblica. Il giardino è dunque ridotto ad arredo urbano, spazio cioè in cui viene celebrata l’eguaglianza fra una panchina e una siepe, un lampione e un arbusto, un prato e un marciapiede.
E così mentre tutt’intorno i primi botti di Capodanno incombono minacciando di far saltare, a breve, cassonetti della spazzatura e fontanelle pubbliche, sto qui, a piazza Giovene, che mi riguardo un po’ stupito questo spazio nuovo che sta a quello vecchio come una cucina componibile sta alla sala da pranzo di mia nonna con i mobili che tentavano di innestare nella tradizione dell’artigianato locale qualche accenno liberty imparato sfogliando cataloghi parigini e dove ci affollavamo in tanti, ma proprio tanti, che sembrava proprio di stare a “casa”.

venerdì 8 febbraio 2008

La plastica e l’eternità

L’isola dei desideri consumati





La più estesa discarica del mondo, raccontava martedì 5 febbraio l’Indipendent, è stata scoperta dall’oceanografo americano Charles Moore ed è costituita da due isole galleggianti fra di loro collegate, vaste entrambe come gli Stati Uniti e spesse fino a una decina di metri, che le correnti del Pacifico settentrionale confinano in un tratto di mare compreso fra le Hawaii e il Giappone: una trappola mortale per ogni forma di vita che ha la sventura di imbattersi in quello sconfinato e semiliquido ondeggiare di immondizia a pelo d’acqua.
Questa “zuppa traslucida”, a detta dell’oceanografo, di rifiuti ne accoglierebbe circa 100 milioni di tonnellate. Non è che sia poi tanta: si tratta di una quantità decisamente inferiore a quella che nel solo 2007, fra rifiuti urbani e industriali, abbiamo prodotto in Italia (a proposito, non è strano che per i rifiuti si parli di “produzione” senza alcun imbarazzo o ironia?), una vera inezia a confronto del miliardo e 300 milioni di tonnellate di spazzatura prodotte nell’Unione Europea nello stesso periodo; ma corrisponde a tutta la plastica che, al ritmo di quella che noi italiani lo scorso anno abbiamo gettato via, metteremmo insieme in un trentennio.
È di plastica, infatti, che la Great Pacific Garbage Patch è nella più gran parte formata, in tutte le immaginifiche forme in cui il nostro fervore produttivistico riesce a declinarla: palloni da calcio e mattoncini Lego, kayak e shopper, siringhe, accendini e Barbie Laperonzola, secchi e spazzolini da denti, sedie, piatti, posate e soldatini, grembiuli, stivali, materassini e bambole gonfiabili. Tutta la plastica finita in mare da quando è stata inventata, cinquant’anni fa, è ancora lì, da qualche parte che galleggia perché, fra tutto ciò che l’umanità è riuscita a concepire nella sua lunga carriera di apprendista stregone, la plastica è la cosa più vicina all’immortalità.
E di ogni materia o oggetto immortale di cui raccontano i miti degli uomini, la plastica condivide il destino: è priva di anima perché le anime, si sa, hanno un loro tempo e non possono restare per sempre su questa terra: le forme si consumano e degradano, la plastica non ha una forma sua, né discende da cosa che abbia forma. È materia allo stato puro e docile; al tatto può restituire sensazione di pelle, di metallo o di vetro, può essere rigida o flessibile, può rimbalzare o assorbire gli urti, è plasmabile a piacere in qualunque simulacro capace di esaudire ogni nostro desiderio, come una bambola gonfiabile, appunto.
Nel nostro immaginario la plastica ha avuto alti è bassi: è apparsa come icona della modernità negli anni ’60 quando, come sfolgorante e tangibile rivelazione di un futuro leggero, igienico, duraturo e alla portata di tutti, giunse a spazzare finalmente via dalla vita di tutti i giorni le arcaiche suppellettili di legno tarlato, di metalli corrosi e di cocci venati. Alla crisi di rigetto, e un po’ anche di disgusto, degli anni ’70 provocata dal suo troppo rapido e indiscriminato diffondersi, seguì, negli anni ’80, la sua tenace sopravvivenza di materiale ormai indispensabile. Infine la nuova vita degli anni ’90, quando sapienti campagne di marketing la posizionarono nel nostro immaginario come il materiale riciclabile per eccellenza, capace perfino, alla fine della sua vita, di restituire nei termovalorizzatori l’energia usata per produrla e forgiarla: il materiale perfetto, capace di vivere molte vite prima di finire la sua esistenza in un falò rituale e purificatore, da cui, come nei grandi fuochi rituali di primavera, possa ancora nascere e trarre alimento la vita nuova.
Adesso questa isola di plastica abbandonata che “vaga come un animale privo di guinzaglio” senza nessuno che si prenda più cura di lei e che le restituisca la forma e l’anima che il passare della moda e l’uso effimero ha bruciato in un momento, questa massa sconfinata che non può degradarsi e finire, semplicemente svanire, senza l’intervento del suo creatore che gli ha imposto questa innaturale immortalità, questa materia estranea alla vita che sa scimmiottare ma non replicare, si vendica affacciandosi sempre più spesso su quel paesaggio degli uomini che tanto ha contribuito a creare e a manutenere, ributtando ciò di cui è fatta sui declinanti paradisi hawaiani e mostrandosi agli aerei, ai satelliti, agli sgomenti passeggeri delle navi di passaggio nella forma di un blob sconfinato, vomitato a perturbare le coscienze.