venerdì 2 gennaio 2009

Boltzmann a Duino

(a Mario Abbattista che cerca futuri inverosimili)






A Boltzmann e al suo Principio dobbiamo la conoscenza, forse indubitabile, del mondo che, nella sua continua e ineludibile decadenza, procede dall’improbabile al certo, dall’inverosimile all’ovvio, dalla inconcepibile singolarità da cui il suo ordine ha avuto origine al caos che, di quello, è statisticamente assai più probabile; dall’inspiegabile comparsa della vita a partire da materia inerte alla morte termica che spegnerà ogni fiammella animata su questa Terra; dalla capricciosa serie di coincidenze che ha portato alla nascita di ciascuno di noi alla ritrovata regolarità che la nostra morte comporta.

Nella visione di Boltzmann l’origine dell’essere è oscuro e incomprensibile: ragione della ritrosia con cui i suoi colleghi, scienziati di un’epoca che ancora non si sentiva felicemente decadente, accolsero la sua opera. Che una assurdamente piccola possibilità, ancora più piccola di quella che io possa improvvisamente cominciare a comprendere e parlare russo e swahili o che possa cominciare a correre più velocemente di quanto non riuscissi a fare trent’anni fa, sia all’origine di tutto ciò su cui i nostri occhi stupefatti si spalancano ogni giorno implica che il caos, o peggio un dio, possa aver generato l’essere attraverso il caso.

La visione di Boltzmann è piantata nella statistica: tutto è misurato secondo curve di probabilità. E la probabilità di un evento è funzione del tempo.
Date una quantità infinita di tempo a una scimmia che a caso pigi i tasti di una macchina da scrivere e da quello sterminato ticchettio spunteranno fuori prima o poi – non può non succedere – la Divina commedia e il Don Chisciotte, i Fiori Blu e Moby Dick, Finzioni e il Barone rampante e tutte le altre opere della letteratura mondiale e le loro traduzioni in tutte le lingue e in tutti i dialetti esistenti o inventati insieme a tutti i gialli che Simenon non ebbe voglia di scrivere e ai libri persi di Anassimandro, e alle opere che non saranno mai scritte per via della limitata esistenza del genere umano oltre, naturalmente, all’umile nota che avete sotto gli occhi.
Se il tempo non esistesse l’improbabile non esisterebbe: tutto sarebbe o non sarebbe. Qualunque cosa, con una percentuale seppure infinitesimale di probabilità di esistenza diversa da zero, sarebbe.
Se il tempo non esistesse, dunque, l’essere non sarebbe improbabile, ma certo.
Ma l’essere è, ergo è possibile che il tempo non sia.
E i futuri inverosimili, allora, non sarebbero né futuri né inverosimili ma presenti qui tutti insieme dietro quest’infinito numero di angoli temporali che basta girare la testa e già li vedi.

martedì 16 dicembre 2008

My sportive blood: il mistero del calcio

(a Mimmo Favuzzi, tifoso dell'Inter)




L’Italia deve circa il 2% del suo PIL all’agricoltura. Al calcio il 2,7%. Quella del pallone, indotto incluso, sarebbe la quinta industria del paese. Non so se sia più sorprendente il dato in sé o il fatto che sia possibile, correntemente, definire “industria” l’inseguire un pallone in mutande e calzettoni.
I critici del PIL, quelli che lo ritengono misura falsa della ricchezza, avrebbero certo molto da dire in proposito; io mi limiterò a notare che la rappresentazione che Antonio Cassano ha fatto di sé, in una recente intervista televisiva, sarebbe profondamente errata: non di un “nullafacente” si tratterebbe, ma, al contrario, di persona laboriosissima alla quale il paese tutto deve essere grato, e non già solo per le magie di cui è capace con i piedi, ma perché materialmente ci fa tutti più ricchi.
Keynes sostenne che, dal punto di vista dell’efficacia della spesa al fine di stimolare la domanda e quindi la crescita economica, fra costruire strade e ponti o, piuttosto, scavar buche per ricolmarle differenza non ve ne sarebbe alcuna. E, ne sono sicuro, se fosse stato sollecitato a esprimere un’opinione, non avrebbe mancato di riconoscere ai calciatori un’utilità sociale certo non inferiore a quella di ipotetici scavatori di fossi.
Si sa che la produzione industriale in una società capitalista è per sua natura eccedentaria: sempre di più si creano beni con sempre meno addetti. Dissipare velocemente quel che sempre più velocemente e in maniera sempre più abbondante vien prodotto da un numero decrescente di addetti sempre meno pagati è il primo grande problema di quella che chiamiamo, senza neanche ironia, “civiltà del consumo”: una “civiltà” che deve consumare beni con l’incrementante velocità necessaria a sostenere l’economia, se non vuol vedersi costretta a sperare in catastrofi naturali o, addirittura, a ricorrere a guerre per colmare l’insufficienza della domanda.
È vero che potremmo risolvere il problema della sovrabbondanza e dello spreco lavorando tutti di meno, dandoci all’ozio creativo, alla ricreazione filosofica, a tranquille passeggiate salutistiche. Ma senza surplus non ci sarebbe accumulazione e non esisterebbero differenze sociali.
Né la necessità di trovare una giustificazione a queste differenze: come far sì che il paradosso, per cui a venir beneficiato dalla moltitudine di chi ha meno è chi di più ha, non sembri tale, come fare in modo, cioè, che gli happy few non solo non siano oggetto di risentimento, ma che anzi siano amati da un numero di persone sufficientemente grande da garantire la stabilità del sistema sociale, è l’altro grande problema.
Per lungo tempo la nascita illustre e un dio che tutto considera rendevano sufficientemente motivati ogni dispensa, franchigia o vantaggio. Oggi, retaggio maligno della Presa della Bastiglia, ogni privilegio rischia di essere visto con diffidenza e sospetto. Nel senso comune è ormai cementata l’idea che solo il merito possa giustificare ricchezze e sperequazioni e non sembra possibile, almeno a breve, un ritorno agli antichi principi.
La crescita esponenziale della produzione di beni e l’ineludibile assottigliarsi del numero dei produttori costringe così, è inevitabile, a dilatare i confini del merito e a riconoscere come virtuose attività fra le più varie e fantasiose. Che non starò qui a elencare e neanche ad accennare perché non è mia intenzione correre il rischio di essere tacciato di praticare quella facile ironia che viene dal risentimento.

La parola “sport”, che con “diporto” condivide l’etimo, appare una delle prime volte nella lingua inglese in un sonetto di Shakespeare:
For why should other's false adulterate eyes / Give solution to my sportive blood?
che trovo tradotto:
Perché mai dovrebbero gli occhi altrui adulteri / considerar vizioso il mio amoroso sangue?
Lo “sport”, nella sua accezione originale, va inteso come una predisposizione del sangue a infiammarsi senza tornaconto, senza una ragione vera, ma solo per amore dell’amore.
Gratuità e diletto: non molto delle caratteristiche fondative è rimasto nello sport professionistico dei nostri tempi, perlomeno in chi lo pratica.
Ma per chi invece lo guarda in tv seduto comodamente in poltrona posseduto da trance agonistica, dimentico di tutto, di madri, mogli e figli, di IVA da pagare, di licenziamenti pendenti, tutto è rimasto come prima. Al primo fischio dell’arbitro il triste principio di economia, il richiamo noioso a far quel che è utile è dimenticato e allo spreco si partecipa festanti.
Se scialacquare si deve, non è giusto che sia soprattutto il calcio a farlo?
Che il mondo si dissipi dunque in una veronica, o in un paso doble, in un tunnel e in un colpo di tacco, in uno di quei momenti perfetti che celebrano in una comunione estesa all’umanità intera questo «mistero senza fine, bello» che è la vita e il calcio, il calcio e la vita.

mercoledì 5 novembre 2008

"La catastrofe è inevitabile", appunti sulla fine del mondo










1.
Entrati a Barletta provenendo da Trani, dopo essersi lasciati alle spalle il Castello e aver superato Porta Marina si imbocca via Mura del Carmine. Lì ci si imbatte in questi muri e in questa scritta.
2.
(La semiotica come la intendeva Hjelmslev è sostanzialmente una teoria della forma. È il linguaggio cioè che dà forma e significato al mondo. Senza il linguaggio il mondo sarebbe inconoscibile: la materia senza forma è infatti impensabile.
L’apocalisse, cioè l’ incapacità di dare conto del mondo, è uno sfaldamento della realtà, la perdita dell’operabilità del mondo.
Se, come si sostiene, l'autore dell'Apocalisse fosse lo stesso Giovanni che premette al suo Vangelo le parole “in principio era il Verbo”, sarebbe la sua una parabola del tutto coerente.
La menzogna nel mondo antico era un peccato mortale perché era vista come un contributo all’instabilità del mondo: l’Apocalisse è il regno della menzogna.)
3.
Dolce è la parola "catastrofe" nel suo originale significato: indicava infatti quel che accadeva alla fine delle tragedie greche, quando tutto andava a compimento e il fato, di cui le macchinazioni di uomini e dei cercavano di mutare la via, riprendeva inevitabilmente il suo corso.
Dolce, dicevo, perchè il senso delle cose veniva infine riconquistato e gli uomini nel considerare gli eventi a cui avevano assistito, non potevano non riconciliarsi con il mondo.
La prima volta che la parola "catastrofe" è stata utilizzata in senso moderno è in occasione del terremoto di Lisbona quando Voltaire, Rousseau e Kant si confrontarono sulla giustizia divina e sulla razionalità del mondo.
Il termine è ormai abusato e per "catastrofe" oggi intendiamo un evento repentino capace di sconvolge un equilibrio e creare una cesura epocale, un'irrimediabile spartiacque fra ciò che c'era prima e ciò che segue.
S.J. Gould elaborò la teoria degli "equilibri punteggiati". La storia della vita sarebbe questa: lunghi, lunghissimi periodi in cui tutto si rincorre in meccanismi scontati e storie già viste, ordinarie violenze e riproduzioni fantasiose; poi, improvvisa, giunge la "catastrofe". Raramente per eventi "esterni", "naturali", "oggettivi", più spesso per logica e inevitabile conclusione della strada imboccata dalla vita.
Dal punto di vista di un virus o di un batterio la morte dell'ospite infettato, potrà sembrare strano, costituisce una catastrofe: milioni, miliardi di suoi simili muoiono con il corpo di chi li ospita. Se si espandesse troppo in fretta il patogeno provocherebbe la propria fine come specie.
Eppure che cosa ha fatto se non seguire il proprio naturale egoismo vitale? Ma dovrà mutare per evitare altre catastrofi: la sifilide in meno di cent'anni ha imparato a risparmiare gli uomini.
La catastrofe non è cosa "prepolitica". È, anzi, l'orizzonte nel quale oggi si manifesta il nostro agire – inevitabilmente – politico.
Non è qualcosa a cui aspirare, non è la salvatrice a cui appellarsi nella nostra incapacità di modificare lo stato delle cose.
È qualcosa da evitare. Come la peste, appunto.

giovedì 31 luglio 2008

Coltivare la carne

In vitro meat

La notizia risale allo scorso aprile: il PETA (People for the Ethical Treatment of Animals), una fra le più note organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti animali: è quella che spoglia attrici e modelle contro le pellicce, ha messo in palio un premio da un milione di dollari che andrà a chi riuscirà per primo, entro il 12 giugno 2012, a produrre in laboratorio tessuti animali di gusto e consistenza non distinguibili dalla carne di pollo e che possano essere messi sul mercato a un prezzo competitivo.
Anche se filetti e costate non sono indispensabili alla nutrizione umana, e anche se è in vendita una certa quantità di imitazioni vegetariane più o meno riuscite della carne, c’è un considerevole numero di persone che, pur non essendo del tutto insensibili alle sofferenze degli animali, non sanno rinunciare a bistecche, scaloppine e ossibuchi. Così il PETA ha scelto, pragmaticamente, di andare incontro a questa umanità carnivora senza più pretendere di redimerla, nella convinzione che consentire agli impenitenti divoratori di braciole, salsicce e paillard di continuare a soddisfare i loro carnali desideri, evitando al contempo la quotidiana ecatombe di bovini, suini, polli, tacchini, pecore, agnelli e quaglie, senza trascurare pesci, molluschi e crostacei che quotidianamente finiscono sulle nostre tavole, non sia una strategia “uncomfortable”, scomoda, come si è espressa Ingrid Newkirk, la co-fondatrice e presidente dell’organizzazione.
Nonostante l’ottimismo della Newkirk la pensata ha suscitato da parte di molti animalisti forti perplessità: all’interno della stessa PETA, vien riferito, sarebbe scoppiata qualcosa di simile a una “guerra civile”.
Infatti da molti puristi dei diritti animali l’iniziativa viene vista come una resa morale, perché riduce o elimina le giustificazioni etiche (la sofferenza arrecata a esseri viventi) e ambientali (la smisurata impronta ecologica degli allevamenti) a favore del vegetarismo, rendendo il mangiare carne una decisione accettabile.
Le tecnologie attuali consentono di produrre al più un sottile strato di cellule, un “foglio” da cui si può a fatica, e a costi elevatissimi, ottenere una poltiglia adatta, forse, a fare salsicce e hamburger. Ma fra non molto sarà possibile irrorare il tessuto in coltura con vasi sanguigni di modo che anche le cellule che non vengono a contatto con il liquido nutriente potranno essere alimentate a dovere, permettendo così alla carne di aumentare adeguatamente di spessore. E si potrà anche far sì che nella carne ci sia un po’ di grasso e ossi per ottenere alfine una vera bistecca. Volendo persino una fiorentina: basterà partire da staminali di chianina.
A quel punto il processo andrà industrializzato per renderlo economicamente conveniente, forse l’aspetto più difficile della vicenda: attualmente il costo della carne coltivata si aggirerebbe intorno ai 4 milioni di dollari al kg., a fronte di un costo, nei paesi industrializzati, estremamente basso, come mai lo è stato nella storia dell’umanità, grazie a selezioni geniche, all’irrisorio costo dell’energia e dei trasporti, agli integratori alimentari e alla “razionalizzazione” degli impianti: le sofferenze degli animali infatti non generano costi, purché quelli non muoiano prima della macellazione.
Riuscite a immaginare chilometrici petti di pollo che su nastri trasportatori avanzano verso il taglio e l’impacchettamento? Sarebbero sanissimi, “perché i sostituti della carne saranno prodotti in condizioni controllate impossibili da mantenere nelle fattorie tradizionali e per questo saranno più sicuri, più nutrienti, meno inquinanti, e più umani rispetto alla carne convenzionale” come si legge sul sito della New Harvest (http://www.new-harvest.org), una società fondata nel 2004 con lo scopo di “sostenere lo sviluppo dei sostituti della carne, con l’obiettivo a lungo temine di creare alternative economicamente competitive alla produzione convenzionale di carne”.
Filetti, quelli futuri, certo molto più sani di quelli ricavati dai polli stipati all’inverosimile in batteria, obesi e pieni di ulcere provocate dagli escrementi sui quali sono costretti a stare seduti per settimane, imbottiti di antibiotici e tenuti svegli a beccare tutto ciò che ha un colore paglierino per tutti i 35 giorni della loro breve e allucinata esistenza. Per fortuna non c’è molto in quelle pallide e insapori fette adagiate su una vaschetta di polistirolo e avvolte nel domopack, con su una bella tranquillizzante etichetta a riportare peso e prezzo e data di scadenza e provenienza, a ricordarci che una volta erano parte di un essere vivente.
E allora perché non pensare a produrre organi, arti, quarti pronti per una macellazione senza vittime? Ossi e lacerti saranno spezzati e affettati senza impartire sofferenza. E come potremo provare sensi di colpa mangiando carne mai nata e che quindi mai morirà anche quando sarà ingerita e digerita?
Potremo anche coltivare pelle da concia, così, senza più sensi di colpa potremmo evitare di rinunciare a cinture, scarpe, giacche e portafogli. Potremo ottenere lunghi tappeti di epidermide di ermellino o visone o volpe argentata e sdoganare le pellicce. E che ne dite di suini fatti di sole cosce? Potremmo persino pensare di mettere a coltura cellule staminali prelevate da noi stessi. Sarebbe cannibalismo? E se immaginassimo di produrre interi animali privi di cervello, in modo da usare quel che più ci serve?
In queste fantasie l’assenza del cervello sembra il limite eticamente insuperabile: bisognerà proprio rinunciare alla capuzze con le patate.
Chissà, forse il destino dell’uomo in quanto specie è proprio quello di dare materialità ai propri incubi.

giovedì 6 marzo 2008

Paesaggio con cisterna

La strage del 3 marzo



Il Truck Center, poco più di un grosso autolavaggio, si trova nell’Area di Sviluppo Industriale di Molfetta, 400 ettari che dieci anni fa erano un mare di ulivi: centomila ne hanno abbattuti, sradicati e spediti al Nord per decorare i giardini della Brianza e i parcheggi dei centri commerciali del Triveneto, o fatti a pezzi per ricavarne parquet o semplicemente legna da ardere. Muretti a secco, lame, torri e masserie, non è stato risparmiato nulla: il cenobio di San Martino, che risale al XIII secolo, è diventato uno spazio d'esposizione per rubinetti e tazze da bidet. Mentre procedeva l’urbanizzazione, nelle strade appena tracciate venivano regolarmente accumulati rifiuti speciali e inerti che arrivavano da ogni dove, richiamati dalla sospensione delle regole in un’area che non era già più sotto la responsabilità comunale senza che fosse ancora pienamente passata sotto le competenza di altro ente, per poi sparire sotto il peso delle macchine schiacciapietre.
Qualche giorno dopo, quando l’asfalto si era appena raffreddato, su quelle strade ancora deserte e circondate dal nulla arrivavano i fantini a guidare cavalli, momentaneamente distratti alla macellazione, in corse clandestine.
Alla fine gli insediamenti industriali sono arrivati: una settantina, molti dei quali a seguito di rilocazioni pagate con la 488, e soprattutto il Fashion District, la “Città della moda”, con i secondi piani degli edifici finti, con il cinema multisala e con le piazzette in polistirolo, nuovo luogo di struscio per le nuove generazioni che disertano ormai quello che da cuore della città si avvia a diventare una melanconica periferia senza centro. Domenica scorsa, due giorni prima della tragedia, alla presenza del vescovo che benedicendo auspicava anche lì, per ricordare la comune matrice cristiana, la creazione di un piccolo luogo di preghiera, del sindaco-senatore (centro-destra) e dell’assessore regionale (centro-sinistra), è stata inaugurata anche la Mongolfiera, centro commerciale con la “saracinesca più grande d’Europa” e una galleria di 110 negozi. Oggi, con un laconico comunicato, i Carabinieri hanno fatto sapere che in un capannone non troppo lontano sono state ritrovate, insieme a cinque Porsche rubate da un autosalone di una città vicina, migliaia di ogive e inneschi per confezionare munizioni.

Qualche giorno fa Bertinotti ha detto che «Non si può stare al tempo stesso con i lavoratori e con gli imprenditori». Ha segnato il territorio, l’ex presidente della Camera: da una parte chi vede che le disuguaglianze sono catene pesanti, dall’altra chi racconta di ascensori sociali da rimettere in moto e capaci di far apparire possibile per tutti una vita migliore. Da una parte chi del sogno salvifico della società senza classi si sente derubato da chi, dall’altra parte, racconta che la storia è già finita in una melassa interclassista affollata da immaginari padroni di se stessi. Bertinotti, ha dichiarato guerra all’illusione di una società che fluida è solo nel suo apparire, solo perché capace di nascondere i fatti sotto una coltre di narrazioni frammentate, solo perché capace di confondere e sparigliare i nomi delle cose in modo da far scambiare la mutevolezza e provvisorietà delle differenze con la loro scomparsa.
Ma qui, a Molfetta da dove scrivo, i cinque morti del 3 marzo raccontano di una società in cui è sempre più difficile rintracciare con nettezza il confine fra lo sfruttato e lo sfruttatore, dove è sempre più difficile distinguere il libero professionista o il padroncino dal precario, il terzista dal cottimista, l’incertezza subita dalla flessibilità goduta. Raccontano, quei corpi ammucchiati nella cisterna, di una realtà in cui è sempre più arduo porre un individuo, nella sua totalità sempre più imprecisa, multiforme e frammentata, di qui o di là dalla linea che divide gli oppressi dagli oppressori. Qui non è stato come alla Thyssen-Krupps dove da una parte li vedevi bene i padroni in giacca e cravatta e dall’altra gli operai in tuta nell’inferno dei laminatoi; qui i solchi, i confini passano attraverso le anime e i corpi di persone che, come tutti noi, di volta in volta si trovano a essere vittime e carnefici: qui le responsabilità non sono rintracciabili in ruoli precisi e in incurie certe.
È, piuttosto, tutto il sistema di produzione che esternalizzando le mansioni per tagliare i costi, frantuma le responsabilità in un pulviscolo inconsistente: è tutto il sistema delle normative che finisce troppo spesso per gravare su chi non può sostenerlo perché è anche lui un anello debole e ricattabile, stretto fra chi impone il prezzo del lavoro e la banca che non fa credito.

Erano lavagisti esperti, è stato detto, non era certo la prima volta che lavavano cisterne che avevano trasportato sostanze potenzialmente pericolose. Forse però facevano un lavoro di cui avevano sottovalutato il rischio, si sono ritrovati ad essere un ingranaggio probabilmente inconsapevole di una macchina che tende a far sparire i costi di riciclaggio e messa in sicurezza disperdendo il pericolo, riversandolo dove capita. Che fine avrebbe fatto quel veleno se le circostanze non avessero preso una svolta così tragica? Che fine hanno fatto i contenuti delle altre cisterne? Vorrei essere rassicurato, vorrei che qualcuno mi dicesse che non sono finiti, scorrendo nelle falde, in quel mare distante poche centinaia di metri dove d’estate vado a fare il bagno.

Per l’estate prossima, accanto all’Outlet, è prevista l’inaugurazione di “Terra dei Giganti” parco divertimenti a tema.

venerdì 15 febbraio 2008

"Terra dell'uomo"

(dove si parla dei giardinetti sotto casa)


Appena dopo l’ingresso il moncone di viale fa uno scarto e punta più decisamente verso ovest, diritto oltre l’area dei giochi, a cercare un centro, posticcio rispetto a quello che era l’assetto originario della piazza, dove, circondato da panchine dallo schienale curvo accostate in numero sufficiente a chiudere la circonferenza, è stato piantato un fusto sottile che fra molti anni sarà forse un albero capace di dare ombra a chi vorrà, su quelle panchine, sedersi.
Più in là, una rientranza nella recinzione ospita poderosi manufatti in pietra e cemento, acciaio e legno che dovrebbero servire a nascondere i cassonetti dell’immondizia, ma che finiscono invece per sottolinearne chiassosamente la presenza a ricordare, neanche si trattasse di un monumento alla modernità consumistica, che tutto quello che compriamo, presto o tardi, lì dovrà andrà a finire.
Non è particolarmente brutto o bello questo nuovo giardinetto che viene a prendere il posto di un altro giardinetto, anch’esso né brutto né bello, che però ai miei occhi aveva almeno il pregio di essere lì da quando ne avevo memoria: questo nuovo, con le solite panchine comperate a catalogo, con i soliti lampioni in numero inspiegabilmente eccessivo, con il solito prato all’inglese sul terreno sopravvissuto a pietre e cemento, con i giochi per bambini in legno multicolore come ormai si vedono uguali da Canicattì a Brescia, è proprio quello che ci si aspetta di trovare sotto casa una volta superati i segnali che proibiscono di giocare a palla e di introdurre cani e biciclette e di fare tutto quello ci si immagina di voler fare in uno spazio verde. È, insomma, il giardinetto di quartiere che ci hanno educato ad immaginare regalandoci da bambini i pupazzetti playmobil: che le cose debbano andare in un certo modo, è bene impararlo da piccoli.

“Giardino” deriva da una parola di origine germanica che, come la corrispondente parola greca paràdeisos che discende a sua volta da una parola persiana, indicava un luogo recintato, anzi “il” luogo recintato per eccellenza, spazio in cui come in un incubatoio, o in un vaso, o nel grembo materno, ciò che è propriamente umano nasce e viene protetto insieme a ciò che della natura è all’uomo benevolo e dunque coltivato.
“Giardino” è, dunque, la “terra dell’uomo” in opposizione a quanto appare ostile e incomprensibile.
Più tardi il luogo cintato, chiuso, l’area da cui si voleva escludere tutta quella parte del mondo fenomenico che potesse indurre sgradevolezza o inquietudine nei suoi frequentatori, diventa il luogo delle delizie per pochi e interdetto ai più, per poi cominciare, dalla fine del XVIII secolo, a essere aperto a tutti: il “giardino pubblico”, un vero e proprio ossimoro, deve la sua esistenza all’Illuminismo e alla Rivoluzione che elessero a bene comune ciò che prima era riservato a clero e nobiltà.
Il giardino subirà in quegli anni il medesimo processo di mondanizzazione a cui andrà soggetta l’arte che allora, e in maniera definitiva, separerà il suo campo da quello delle celebrazioni religiose. Da allora in avanti si avrà “arte” come luogo della sperimentazione e “arte sacra” come luogo di una rappresentazione canonica progressivamente scivolante nel kitsch, mentre il giardino da “macchina emozionante”, luogo d’incanto e d’incontro con l’ineffabile, diventerà un razionale luogo deputato alla ricreazione salutistica dei corpi.
Oggi usiamo la stessa parola per indicare gli spazi alberati in prossimità delle stazioni e quelli che Semiramide percorreva sulle terrazze di Babilonia e non abbiamo particolari difficoltà a chiamare “giardino” aree aperte, a volte pericolose e da evitare frequentate come sono da prostitute e spacciatori.
Questa omonimia è la cicatrice di uno smottamento dell’anima: oggi non è più la natura ad apparirci oscura e pericolosa ma sentiamo, semmai, che è piuttosto la natura ad avere bisogno di essere difesa dalle oscure pulsioni dell’uomo (il parco, in questo senso, è esattamente il contrario del giardino). Tutto il mondo è ormai “terra dell’uomo” e le recinzioni non servono per tenere lontane minacce “esterne” quanto per evitare quelle “interne” che vengono da vandali e teppisti: le cure difensive sono le stesse che bisogna prodigare per preservare una qualunque proprietà pubblica. Il giardino è dunque ridotto ad arredo urbano, spazio cioè in cui viene celebrata l’eguaglianza fra una panchina e una siepe, un lampione e un arbusto, un prato e un marciapiede.
E così mentre tutt’intorno i primi botti di Capodanno incombono minacciando di far saltare, a breve, cassonetti della spazzatura e fontanelle pubbliche, sto qui, a piazza Giovene, che mi riguardo un po’ stupito questo spazio nuovo che sta a quello vecchio come una cucina componibile sta alla sala da pranzo di mia nonna con i mobili che tentavano di innestare nella tradizione dell’artigianato locale qualche accenno liberty imparato sfogliando cataloghi parigini e dove ci affollavamo in tanti, ma proprio tanti, che sembrava proprio di stare a “casa”.

venerdì 8 febbraio 2008

La plastica e l’eternità

L’isola dei desideri consumati





La più estesa discarica del mondo, raccontava martedì 5 febbraio l’Indipendent, è stata scoperta dall’oceanografo americano Charles Moore ed è costituita da due isole galleggianti fra di loro collegate, vaste entrambe come gli Stati Uniti e spesse fino a una decina di metri, che le correnti del Pacifico settentrionale confinano in un tratto di mare compreso fra le Hawaii e il Giappone: una trappola mortale per ogni forma di vita che ha la sventura di imbattersi in quello sconfinato e semiliquido ondeggiare di immondizia a pelo d’acqua.
Questa “zuppa traslucida”, a detta dell’oceanografo, di rifiuti ne accoglierebbe circa 100 milioni di tonnellate. Non è che sia poi tanta: si tratta di una quantità decisamente inferiore a quella che nel solo 2007, fra rifiuti urbani e industriali, abbiamo prodotto in Italia (a proposito, non è strano che per i rifiuti si parli di “produzione” senza alcun imbarazzo o ironia?), una vera inezia a confronto del miliardo e 300 milioni di tonnellate di spazzatura prodotte nell’Unione Europea nello stesso periodo; ma corrisponde a tutta la plastica che, al ritmo di quella che noi italiani lo scorso anno abbiamo gettato via, metteremmo insieme in un trentennio.
È di plastica, infatti, che la Great Pacific Garbage Patch è nella più gran parte formata, in tutte le immaginifiche forme in cui il nostro fervore produttivistico riesce a declinarla: palloni da calcio e mattoncini Lego, kayak e shopper, siringhe, accendini e Barbie Laperonzola, secchi e spazzolini da denti, sedie, piatti, posate e soldatini, grembiuli, stivali, materassini e bambole gonfiabili. Tutta la plastica finita in mare da quando è stata inventata, cinquant’anni fa, è ancora lì, da qualche parte che galleggia perché, fra tutto ciò che l’umanità è riuscita a concepire nella sua lunga carriera di apprendista stregone, la plastica è la cosa più vicina all’immortalità.
E di ogni materia o oggetto immortale di cui raccontano i miti degli uomini, la plastica condivide il destino: è priva di anima perché le anime, si sa, hanno un loro tempo e non possono restare per sempre su questa terra: le forme si consumano e degradano, la plastica non ha una forma sua, né discende da cosa che abbia forma. È materia allo stato puro e docile; al tatto può restituire sensazione di pelle, di metallo o di vetro, può essere rigida o flessibile, può rimbalzare o assorbire gli urti, è plasmabile a piacere in qualunque simulacro capace di esaudire ogni nostro desiderio, come una bambola gonfiabile, appunto.
Nel nostro immaginario la plastica ha avuto alti è bassi: è apparsa come icona della modernità negli anni ’60 quando, come sfolgorante e tangibile rivelazione di un futuro leggero, igienico, duraturo e alla portata di tutti, giunse a spazzare finalmente via dalla vita di tutti i giorni le arcaiche suppellettili di legno tarlato, di metalli corrosi e di cocci venati. Alla crisi di rigetto, e un po’ anche di disgusto, degli anni ’70 provocata dal suo troppo rapido e indiscriminato diffondersi, seguì, negli anni ’80, la sua tenace sopravvivenza di materiale ormai indispensabile. Infine la nuova vita degli anni ’90, quando sapienti campagne di marketing la posizionarono nel nostro immaginario come il materiale riciclabile per eccellenza, capace perfino, alla fine della sua vita, di restituire nei termovalorizzatori l’energia usata per produrla e forgiarla: il materiale perfetto, capace di vivere molte vite prima di finire la sua esistenza in un falò rituale e purificatore, da cui, come nei grandi fuochi rituali di primavera, possa ancora nascere e trarre alimento la vita nuova.
Adesso questa isola di plastica abbandonata che “vaga come un animale privo di guinzaglio” senza nessuno che si prenda più cura di lei e che le restituisca la forma e l’anima che il passare della moda e l’uso effimero ha bruciato in un momento, questa massa sconfinata che non può degradarsi e finire, semplicemente svanire, senza l’intervento del suo creatore che gli ha imposto questa innaturale immortalità, questa materia estranea alla vita che sa scimmiottare ma non replicare, si vendica affacciandosi sempre più spesso su quel paesaggio degli uomini che tanto ha contribuito a creare e a manutenere, ributtando ciò di cui è fatta sui declinanti paradisi hawaiani e mostrandosi agli aerei, ai satelliti, agli sgomenti passeggeri delle navi di passaggio nella forma di un blob sconfinato, vomitato a perturbare le coscienze.