domenica 15 luglio 2012
Geometriche seduzioni. (Appunti su pubblicità e libertà).
mercoledì 29 febbraio 2012
Il sorriso del capitano. I bastoncini al salmone e l’estinzione tendenziale del pensiero di sinistra
Mentre nubi procellose si avvicinano una voce fuoricampo invita a non aver paura del cambiamento che – l’ha insegnato il capitano! – porta sempre qualcosa di buono: i nuovi bastoncini Findus al salmone...
venerdì 3 febbraio 2012
Io che ho amato Majakovskij, ovvero di quel che si vede oggi sui muri di Molfetta
mi leverei sulla punta dei piedi delle onde con l'alta marea,
per accarezzare la luna.
La questione non si pone per me.
È la mia rivoluzione.
martedì 23 agosto 2011
Victor Lebow, the smoking gun (ovvero l'invenzione dell'inventore del consumismo)
All’inizio della società del benessere che seguì la fine della Seconda Guerra Mondiale, un analista americano specializzato nell’economia della distribuzione, proclamò: "La nostra enorme capacità produttiva (…) ci chiede di fare del consumismo il nostro stile di vita, di convertire l’acquisto e l’uso di beni in rituali, di ricercare la nostra soddisfazione spirituale, la soddisfazione del nostro ego, nel consumismo (…) Abbiamo bisogno che le cose siano consumate, distrutte, scartate e rimpiazzate sempre più velocemente.” Gli americani hanno risposto alla chiamata del signor Lebow, e gran parte del mondo li ha imitati. [Il grassetto è mio]
Come è potuto accadere? Non è accaduto per caso … lo si è fatto accadere!
Appena dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale questi tizi cercavano di immaginare come far galoppare l’economia. L’analista Victor Lebow elaborò la soluzione che diventò la norma per tutto il sistema. Disse: "Le nostra enorme capacità produttiva (…) ci chiede di fare del consumismo il nostro stile di vita, di convertire l’acquisto e l’uso di beni in rituali, di ricercare la nostra soddisfazione spirituale, la soddisfazione del nostro ego, nel consumismo (…) Abbiamo bisogno che le cose siano consumate distrutte, scartate e rimpiazzate sempre più velocemente.”
E il capo dei consiglieri economici di Eisenhower disse che: “Lo scopo ultimo dell’economia americana è produrre più beni di consumo”
Anche la mente meglio addestrata all’esercizio critico della scienza finisce spesso per sottoporre a critica insufficiente i fatti che sembrano dargli ragione.
venerdì 2 luglio 2010
Senza le sue lame Molfetta non esisterebbe
Che l’Italia sia in balia di quei vandali che, come diceva Antonio Cederna, «per turpe avidità vanno riducendo in polvere le testimonianze del nostro passato», e che «le meraviglie artistiche del “Paese dell’arte” e del “Giardino d’Europa”» si ritrovino «sotto le zanne di questi ossessi: indegni dilapidatori di un patrimonio insigne» è cosa nota persino ai bambini e non fa più nemmeno scandalo.
domenica 28 febbraio 2010
Una storia ignobile
I primi giorni del marzo 1971 iniziavano i lavori di demolizione di Palazzo Cappelluti
Un vecchio palazzo, un quartiere malsano, una fabbrica dimessa, e qualcuno che li vuole tirare giù per costruire qualcosa di nuovo. Les Halles, i Navigli, lo stadio di Wembley, il Borgo Novo, le ville liberty di Palermo: una storia che si ripete sempre uguale e dappertutto, a Roma come a Milano, a Parigi come a Londra, a Palermo come a Molfetta nel suo piccolo, con il suo Palazzo Cappelluti, col biscottificio Pansini & Gallo, con l’orchestra della Villa Comunale buttati giù, con il Cenobio di San Martino che affoga fra i capannoni industriali, e poi le ciminiere Gallo e i piccoli edifici con le colombaie sulle facciate che tutt’intorno ospitavano le officine, lo stabilimento Maldarelli, e così a continuare.
Ruderi malsani per qualcuno, preziose memorie per altri. Cemento contro muretti a secco, anticorodal contro chianche, asfalto contro pavimenti De Lillo.
No, non sono sempre i cavalieri del nuovo, gli alfieri di questa sbandierata, presunta e pelosa modernità, quelli che scavano crateri nella storia, che l’hanno vinta. Ma le loro sono vittorie definitive. Quando a vincere sono invece gli altri, quelli che vogliono conservare la memoria dei luoghi, resta comunque palpabile un senso irriducibile di sospesa precarietà: per oggi è andata, ma domani?
E quando invece arriva, definitiva, la sconfitta, in quegli spazi vuoti, in quello sbigottimento spaziale, in quell’assenza di volumi già preceduta dal sonno della memoria contro la quale non si riesce mai a fare abbastanza, e che precede una nuova semantica urbana che tutto definitivamente cancellerà, si può al massimo inscenare un’ultima protesta come quella di Marco Ferreri che camuffò gli sfrattati dalle ruspe, i rifiuti umani, in pellerossa fra gli sbancamenti di terra degli antichi mercati all’ingrosso della capitale francese.
È una guerra asimmetrica quella che viene combattuta fra chi nel presente vede il futuro da costruire e quelli che nel presente vedono sgretolare il passato.
Se facessimo un sondaggio fra i molfettesi chiedendo loro quanti ritengono che sia stato giusto buttare giù palazzo Cappelluti, sono sicuro che pochi, non foss’altro per pudore, avrebbero il coraggio di dire di sì. È allora perché ne restano solo foto sbiadite?
I molfettesi di fronte alle vecchie foto sanno struggersi e rimpiangere la città che non c’è più, e non v’è dubbio che siano in questo sinceri. Ma allora perché non sono riusciti ad impedire quelle demolizioni?
Se si vanno a rispolverare i giornali dell’epoca, ci si sorprende nel constatare quanto inadeguata, flebile se non totalmente inesistente sia stata l’opposizione a quelli che oggi, tardivamente, chiamiamo scempi.
Gli argomenti a favore della conservazione sempre declinati troppo blandamente per fare presa.
Al contrario chi voleva fare posto al nuovo o taceva e faceva parlare i fatti o, se parlava, appariva come un determinato, irridente annunciatore della storia che si rimette in moto.
Dopo qualche anno, quando la città uscì dal torpore e la novità si dimostrò assai meno bella dell’annunciato, i lamenti per la perdita cominciarono a diventare senso comune.
E nelle scuole elementari si insegnò come era bella la città che non c’era più. Gli adulti ascoltavano, annuivano, provavano a scusarsi: eravamo giovani, non sapevamo, non capivamo...
Poi la storia si ripete, i ragazzetti a cui avevano spiegato che buttare giù palazzo Cappelluti era stata una stupidaggine oscena, oggi sono ormai signori imbolsiti, magari calvi e con le palpebre cascanti che di fronte alla demolizione della palazzina uffici dei Cantieri Tattoli hanno applaudito felici immaginando nuovi parcheggi con vista sul tramonto e ora sognano. Sognano grattacieli svettanti verso il cielo lì dove c’erano le lame, capannoni dove c’erano tendoni e uliveti, asfalto e cemento dove c’erano edicole votive e muretti a secco. Sognano, forse, anche pecore elettriche.
martedì 23 febbraio 2010
Causa Prima
In tutte le cause ordinate, l'effetto dipende più dalla causa prima che dalla causa seconda, perché la causa seconda non agisce se non in virtù della causa prima.
Tommaso d'Aquino, Summa Theologica, II, 1, q.9, a.4
Poniamo dunque che, mosso a pietà per un ragno casualmente (?) finito nel mio soggiorno, invece di schiacciarlo lo raccolga delicatamente e lo ponga in salvo sul balcone. Poniamo anche che di lì a poco una mosca che passasse per caso (?) ne fosse spaventata e compiendo un rapido scarto finisse nel becco di un passerotto accidentalmente (?) di passagio. E poniamo che il volatile ristorato e soddisfatto scegliesse di riposarsi sulla mia biancheria messa ad asciugare, ripartendo dopo un po' senza mancare di evacuare in conseguenza dello stimolo derivante dal pasto.
Potrei incolpare di tutto ciò altri se non chi mi ha fatto dono di un animo così sensibile?
venerdì 2 gennaio 2009
Boltzmann a Duino
(a Mario Abbattista che cerca futuri inverosimili)
A Boltzmann e al suo Principio dobbiamo la conoscenza, forse indubitabile, del mondo che, nella sua continua e ineludibile decadenza, procede dall’improbabile al certo, dall’inverosimile all’ovvio, dalla inconcepibile singolarità da cui il suo ordine ha avuto origine al caos che, di quello, è statisticamente assai più probabile; dall’inspiegabile comparsa della vita a partire da materia inerte alla morte termica che spegnerà ogni fiammella animata su questa Terra; dalla capricciosa serie di coincidenze che ha portato alla nascita di ciascuno di noi alla ritrovata regolarità che la nostra morte comporta.
Nella visione di Boltzmann l’origine dell’essere è oscuro e incomprensibile: ragione della ritrosia con cui i suoi colleghi, scienziati di un’epoca che ancora non si sentiva felicemente decadente, accolsero la sua opera. Che una assurdamente piccola possibilità, ancora più piccola di quella che io possa improvvisamente cominciare a comprendere e parlare russo e swahili o che possa cominciare a correre più velocemente di quanto non riuscissi a fare trent’anni fa, sia all’origine di tutto ciò su cui i nostri occhi stupefatti si spalancano ogni giorno implica che il caos, o peggio un dio, possa aver generato l’essere attraverso il caso.
La visione di Boltzmann è piantata nella statistica: tutto è misurato secondo curve di probabilità. E la probabilità di un evento è funzione del tempo.
Date una quantità infinita di tempo a una scimmia che a caso pigi i tasti di una macchina da scrivere e da quello sterminato ticchettio spunteranno fuori prima o poi – non può non succedere – la Divina commedia e il Don Chisciotte, i Fiori Blu e Moby Dick, Finzioni e il Barone rampante e tutte le altre opere della letteratura mondiale e le loro traduzioni in tutte le lingue e in tutti i dialetti esistenti o inventati insieme a tutti i gialli che Simenon non ebbe voglia di scrivere e ai libri persi di Anassimandro, e alle opere che non saranno mai scritte per via della limitata esistenza del genere umano oltre, naturalmente, all’umile nota che avete sotto gli occhi.
Se il tempo non esistesse l’improbabile non esisterebbe: tutto sarebbe o non sarebbe. Qualunque cosa, con una percentuale seppure infinitesimale di probabilità di esistenza diversa da zero, sarebbe.
Se il tempo non esistesse, dunque, l’essere non sarebbe improbabile, ma certo.
Ma l’essere è, ergo è possibile che il tempo non sia.
E i futuri inverosimili, allora, non sarebbero né futuri né inverosimili ma presenti qui tutti insieme dietro quest’infinito numero di angoli temporali che basta girare la testa e già li vedi.
martedì 16 dicembre 2008
My sportive blood: il mistero del calcio
(a Mimmo Favuzzi, tifoso dell'Inter)
I critici del PIL, quelli che lo ritengono misura falsa della ricchezza, avrebbero certo molto da dire in proposito; io mi limiterò a notare che la rappresentazione che Antonio Cassano ha fatto di sé, in una recente intervista televisiva, sarebbe profondamente errata: non di un “nullafacente” si tratterebbe, ma, al contrario, di persona laboriosissima alla quale il paese tutto deve essere grato, e non già solo per le magie di cui è capace con i piedi, ma perché materialmente ci fa tutti più ricchi.
Keynes sostenne che, dal punto di vista dell’efficacia della spesa al fine di stimolare la domanda e quindi la crescita economica, fra costruire strade e ponti o, piuttosto, scavar buche per ricolmarle differenza non ve ne sarebbe alcuna. E, ne sono sicuro, se fosse stato sollecitato a esprimere un’opinione, non avrebbe mancato di riconoscere ai calciatori un’utilità sociale certo non inferiore a quella di ipotetici scavatori di fossi.
Si sa che la produzione industriale in una società capitalista è per sua natura eccedentaria: sempre di più si creano beni con sempre meno addetti. Dissipare velocemente quel che sempre più velocemente e in maniera sempre più abbondante vien prodotto da un numero decrescente di addetti sempre meno pagati è il primo grande problema di quella che chiamiamo, senza neanche ironia, “civiltà del consumo”: una “civiltà” che deve consumare beni con l’incrementante velocità necessaria a sostenere l’economia, se non vuol vedersi costretta a sperare in catastrofi naturali o, addirittura, a ricorrere a guerre per colmare l’insufficienza della domanda.
È vero che potremmo risolvere il problema della sovrabbondanza e dello spreco lavorando tutti di meno, dandoci all’ozio creativo, alla ricreazione filosofica, a tranquille passeggiate salutistiche. Ma senza surplus non ci sarebbe accumulazione e non esisterebbero differenze sociali.
Né la necessità di trovare una giustificazione a queste differenze: come far sì che il paradosso, per cui a venir beneficiato dalla moltitudine di chi ha meno è chi di più ha, non sembri tale, come fare in modo, cioè, che gli happy few non solo non siano oggetto di risentimento, ma che anzi siano amati da un numero di persone sufficientemente grande da garantire la stabilità del sistema sociale, è l’altro grande problema.
Per lungo tempo la nascita illustre e un dio che tutto considera rendevano sufficientemente motivati ogni dispensa, franchigia o vantaggio. Oggi, retaggio maligno della Presa della Bastiglia, ogni privilegio rischia di essere visto con diffidenza e sospetto. Nel senso comune è ormai cementata l’idea che solo il merito possa giustificare ricchezze e sperequazioni e non sembra possibile, almeno a breve, un ritorno agli antichi principi.
La crescita esponenziale della produzione di beni e l’ineludibile assottigliarsi del numero dei produttori costringe così, è inevitabile, a dilatare i confini del merito e a riconoscere come virtuose attività fra le più varie e fantasiose. Che non starò qui a elencare e neanche ad accennare perché non è mia intenzione correre il rischio di essere tacciato di praticare quella facile ironia che viene dal risentimento.
La parola “sport”, che con “diporto” condivide l’etimo, appare una delle prime volte nella lingua inglese in un sonetto di Shakespeare:
For why should other's false adulterate eyes / Give solution to my sportive blood?
che trovo tradotto:
Perché mai dovrebbero gli occhi altrui adulteri / considerar vizioso il mio amoroso sangue?
Lo “sport”, nella sua accezione originale, va inteso come una predisposizione del sangue a infiammarsi senza tornaconto, senza una ragione vera, ma solo per amore dell’amore.
Gratuità e diletto: non molto delle caratteristiche fondative è rimasto nello sport professionistico dei nostri tempi, perlomeno in chi lo pratica.
Ma per chi invece lo guarda in tv seduto comodamente in poltrona posseduto da trance agonistica, dimentico di tutto, di madri, mogli e figli, di IVA da pagare, di licenziamenti pendenti, tutto è rimasto come prima. Al primo fischio dell’arbitro il triste principio di economia, il richiamo noioso a far quel che è utile è dimenticato e allo spreco si partecipa festanti.
Se scialacquare si deve, non è giusto che sia soprattutto il calcio a farlo?
Che il mondo si dissipi dunque in una veronica, o in un paso doble, in un tunnel e in un colpo di tacco, in uno di quei momenti perfetti che celebrano in una comunione estesa all’umanità intera questo «mistero senza fine, bello» che è la vita e il calcio, il calcio e la vita.
mercoledì 5 novembre 2008
"La catastrofe è inevitabile", appunti sulla fine del mondo

1.
L’apocalisse, cioè l’ incapacità di dare conto del mondo, è uno sfaldamento della realtà, la perdita dell’operabilità del mondo.
Se, come si sostiene, l'autore dell'Apocalisse fosse lo stesso Giovanni che premette al suo Vangelo le parole “in principio era il Verbo”, sarebbe la sua una parabola del tutto coerente.
Dolce, dicevo, perchè il senso delle cose veniva infine riconquistato e gli uomini nel considerare gli eventi a cui avevano assistito, non potevano non riconciliarsi con il mondo.
La prima volta che la parola "catastrofe" è stata utilizzata in senso moderno è in occasione del terremoto di Lisbona quando Voltaire, Rousseau e Kant si confrontarono sulla giustizia divina e sulla razionalità del mondo.
Il termine è ormai abusato e per "catastrofe" oggi intendiamo un evento repentino capace di sconvolge un equilibrio e creare una cesura epocale, un'irrimediabile spartiacque fra ciò che c'era prima e ciò che segue.
S.J. Gould elaborò la teoria degli "equilibri punteggiati". La storia della vita sarebbe questa: lunghi, lunghissimi periodi in cui tutto si rincorre in meccanismi scontati e storie già viste, ordinarie violenze e riproduzioni fantasiose; poi, improvvisa, giunge la "catastrofe". Raramente per eventi "esterni", "naturali", "oggettivi", più spesso per logica e inevitabile conclusione della strada imboccata dalla vita.
Dal punto di vista di un virus o di un batterio la morte dell'ospite infettato, potrà sembrare strano, costituisce una catastrofe: milioni, miliardi di suoi simili muoiono con il corpo di chi li ospita. Se si espandesse troppo in fretta il patogeno provocherebbe la propria fine come specie.
Eppure che cosa ha fatto se non seguire il proprio naturale egoismo vitale? Ma dovrà mutare per evitare altre catastrofi: la sifilide in meno di cent'anni ha imparato a risparmiare gli uomini.
La catastrofe non è cosa "prepolitica". È, anzi, l'orizzonte nel quale oggi si manifesta il nostro agire – inevitabilmente – politico.
Non è qualcosa a cui aspirare, non è la salvatrice a cui appellarsi nella nostra incapacità di modificare lo stato delle cose.
È qualcosa da evitare. Come la peste, appunto.
giovedì 31 luglio 2008
Coltivare la carne
In vitro meat
La notizia risale allo scorso aprile: il PETA (People for the Ethical Treatment of Animals), una fra le più note organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti animali: è quella che spoglia attrici e modelle contro le pellicce, ha messo in palio un premio da un milione di dollari che andrà a chi riuscirà per primo, entro il 12 giugno 2012, a produrre in laboratorio tessuti animali di gusto e consistenza non distinguibili dalla carne di pollo e che possano essere messi sul mercato a un prezzo competitivo.
Anche se filetti e costate non sono indispensabili alla nutrizione umana, e anche se è in vendita una certa quantità di imitazioni vegetariane più o meno riuscite della carne, c’è un considerevole numero di persone che, pur non essendo del tutto insensibili alle sofferenze degli animali, non sanno rinunciare a bistecche, scaloppine e ossibuchi. Così il PETA ha scelto, pragmaticamente, di andare incontro a questa umanità carnivora senza più pretendere di redimerla, nella convinzione che consentire agli impenitenti divoratori di braciole, salsicce e paillard di continuare a soddisfare i loro carnali desideri, evitando al contempo la quotidiana ecatombe di bovini, suini, polli, tacchini, pecore, agnelli e quaglie, senza trascurare pesci, molluschi e crostacei che quotidianamente finiscono sulle nostre tavole, non sia una strategia “uncomfortable”, scomoda, come si è espressa Ingrid Newkirk, la co-fondatrice e presidente dell’organizzazione.
Nonostante l’ottimismo della Newkirk la pensata ha suscitato da parte di molti animalisti forti perplessità: all’interno della stessa PETA, vien riferito, sarebbe scoppiata qualcosa di simile a una “guerra civile”.
Infatti da molti puristi dei diritti animali l’iniziativa viene vista come una resa morale, perché riduce o elimina le giustificazioni etiche (la sofferenza arrecata a esseri viventi) e ambientali (la smisurata impronta ecologica degli allevamenti) a favore del vegetarismo, rendendo il mangiare carne una decisione accettabile.
Le tecnologie attuali consentono di produrre al più un sottile strato di cellule, un “foglio” da cui si può a fatica, e a costi elevatissimi, ottenere una poltiglia adatta, forse, a fare salsicce e hamburger. Ma fra non molto sarà possibile irrorare il tessuto in coltura con vasi sanguigni di modo che anche le cellule che non vengono a contatto con il liquido nutriente potranno essere alimentate a dovere, permettendo così alla carne di aumentare adeguatamente di spessore. E si potrà anche far sì che nella carne ci sia un po’ di grasso e ossi per ottenere alfine una vera bistecca. Volendo persino una fiorentina: basterà partire da staminali di chianina.
A quel punto il processo andrà industrializzato per renderlo economicamente conveniente, forse l’aspetto più difficile della vicenda: attualmente il costo della carne coltivata si aggirerebbe intorno ai 4 milioni di dollari al kg., a fronte di un costo, nei paesi industrializzati, estremamente basso, come mai lo è stato nella storia dell’umanità, grazie a selezioni geniche, all’irrisorio costo dell’energia e dei trasporti, agli integratori alimentari e alla “razionalizzazione” degli impianti: le sofferenze degli animali infatti non generano costi, purché quelli non muoiano prima della macellazione.
Riuscite a immaginare chilometrici petti di pollo che su nastri trasportatori avanzano verso il taglio e l’impacchettamento? Sarebbero sanissimi, “perché i sostituti della carne saranno prodotti in condizioni controllate impossibili da mantenere nelle fattorie tradizionali e per questo saranno più sicuri, più nutrienti, meno inquinanti, e più umani rispetto alla carne convenzionale” come si legge sul sito della New Harvest (http://www.new-harvest.org), una società fondata nel 2004 con lo scopo di “sostenere lo sviluppo dei sostituti della carne, con l’obiettivo a lungo temine di creare alternative economicamente competitive alla produzione convenzionale di carne”.
Filetti, quelli futuri, certo molto più sani di quelli ricavati dai polli stipati all’inverosimile in batteria, obesi e pieni di ulcere provocate dagli escrementi sui quali sono costretti a stare seduti per settimane, imbottiti di antibiotici e tenuti svegli a beccare tutto ciò che ha un colore paglierino per tutti i 35 giorni della loro breve e allucinata esistenza. Per fortuna non c’è molto in quelle pallide e insapori fette adagiate su una vaschetta di polistirolo e avvolte nel domopack, con su una bella tranquillizzante etichetta a riportare peso e prezzo e data di scadenza e provenienza, a ricordarci che una volta erano parte di un essere vivente.
E allora perché non pensare a produrre organi, arti, quarti pronti per una macellazione senza vittime? Ossi e lacerti saranno spezzati e affettati senza impartire sofferenza. E come potremo provare sensi di colpa mangiando carne mai nata e che quindi mai morirà anche quando sarà ingerita e digerita?
Potremo anche coltivare pelle da concia, così, senza più sensi di colpa potremmo evitare di rinunciare a cinture, scarpe, giacche e portafogli. Potremo ottenere lunghi tappeti di epidermide di ermellino o visone o volpe argentata e sdoganare le pellicce. E che ne dite di suini fatti di sole cosce? Potremmo persino pensare di mettere a coltura cellule staminali prelevate da noi stessi. Sarebbe cannibalismo? E se immaginassimo di produrre interi animali privi di cervello, in modo da usare quel che più ci serve?
In queste fantasie l’assenza del cervello sembra il limite eticamente insuperabile: bisognerà proprio rinunciare alla capuzze con le patate.
Chissà, forse il destino dell’uomo in quanto specie è proprio quello di dare materialità ai propri incubi.
giovedì 6 marzo 2008
Paesaggio con cisterna
Qualche giorno dopo, quando l’asfalto si era appena raffreddato, su quelle strade ancora deserte e circondate dal nulla arrivavano i fantini a guidare cavalli, momentaneamente distratti alla macellazione, in corse clandestine.
Alla fine gli insediamenti industriali sono arrivati: una settantina, molti dei quali a seguito di rilocazioni pagate con la 488, e soprattutto il Fashion District, la “Città della moda”, con i secondi piani degli edifici finti, con il cinema multisala e con le piazzette in polistirolo, nuovo luogo di struscio per le nuove generazioni che disertano ormai quello che da cuore della città si avvia a diventare una melanconica periferia senza centro. Domenica scorsa, due giorni prima della tragedia, alla presenza del vescovo che benedicendo auspicava anche lì, per ricordare la comune matrice cristiana, la creazione di un piccolo luogo di preghiera, del sindaco-senatore (centro-destra) e dell’assessore regionale (centro-sinistra), è stata inaugurata anche la Mongolfiera, centro commerciale con la “saracinesca più grande d’Europa” e una galleria di 110 negozi. Oggi, con un laconico comunicato, i Carabinieri hanno fatto sapere che in un capannone non troppo lontano sono state ritrovate, insieme a cinque Porsche rubate da un autosalone di una città vicina, migliaia di ogive e inneschi per confezionare munizioni.
Qualche giorno fa Bertinotti ha detto che «Non si può stare al tempo stesso con i lavoratori e con gli imprenditori». Ha segnato il territorio, l’ex presidente della Camera: da una parte chi vede che le disuguaglianze sono catene pesanti, dall’altra chi racconta di ascensori sociali da rimettere in moto e capaci di far apparire possibile per tutti una vita migliore. Da una parte chi del sogno salvifico della società senza classi si sente derubato da chi, dall’altra parte, racconta che la storia è già finita in una melassa interclassista affollata da immaginari padroni di se stessi. Bertinotti, ha dichiarato guerra all’illusione di una società che fluida è solo nel suo apparire, solo perché capace di nascondere i fatti sotto una coltre di narrazioni frammentate, solo perché capace di confondere e sparigliare i nomi delle cose in modo da far scambiare la mutevolezza e provvisorietà delle differenze con la loro scomparsa.
Ma qui, a Molfetta da dove scrivo, i cinque morti del 3 marzo raccontano di una società in cui è sempre più difficile rintracciare con nettezza il confine fra lo sfruttato e lo sfruttatore, dove è sempre più difficile distinguere il libero professionista o il padroncino dal precario, il terzista dal cottimista, l’incertezza subita dalla flessibilità goduta. Raccontano, quei corpi ammucchiati nella cisterna, di una realtà in cui è sempre più arduo porre un individuo, nella sua totalità sempre più imprecisa, multiforme e frammentata, di qui o di là dalla linea che divide gli oppressi dagli oppressori. Qui non è stato come alla Thyssen-Krupps dove da una parte li vedevi bene i padroni in giacca e cravatta e dall’altra gli operai in tuta nell’inferno dei laminatoi; qui i solchi, i confini passano attraverso le anime e i corpi di persone che, come tutti noi, di volta in volta si trovano a essere vittime e carnefici: qui le responsabilità non sono rintracciabili in ruoli precisi e in incurie certe.
È, piuttosto, tutto il sistema di produzione che esternalizzando le mansioni per tagliare i costi, frantuma le responsabilità in un pulviscolo inconsistente: è tutto il sistema delle normative che finisce troppo spesso per gravare su chi non può sostenerlo perché è anche lui un anello debole e ricattabile, stretto fra chi impone il prezzo del lavoro e la banca che non fa credito.
Erano lavagisti esperti, è stato detto, non era certo la prima volta che lavavano cisterne che avevano trasportato sostanze potenzialmente pericolose. Forse però facevano un lavoro di cui avevano sottovalutato il rischio, si sono ritrovati ad essere un ingranaggio probabilmente inconsapevole di una macchina che tende a far sparire i costi di riciclaggio e messa in sicurezza disperdendo il pericolo, riversandolo dove capita. Che fine avrebbe fatto quel veleno se le circostanze non avessero preso una svolta così tragica? Che fine hanno fatto i contenuti delle altre cisterne? Vorrei essere rassicurato, vorrei che qualcuno mi dicesse che non sono finiti, scorrendo nelle falde, in quel mare distante poche centinaia di metri dove d’estate vado a fare il bagno.
Per l’estate prossima, accanto all’Outlet, è prevista l’inaugurazione di “Terra dei Giganti” parco divertimenti a tema.
venerdì 15 febbraio 2008
"Terra dell'uomo"
(dove si parla dei giardinetti sotto casa)

Appena dopo l’ingresso il moncone di viale fa uno scarto e punta più decisamente verso ovest, diritto oltre l’area dei giochi, a cercare un centro, posticcio rispetto a quello che era l’assetto originario della piazza, dove, circondato da panchine dallo schienale curvo accostate in numero sufficiente a chiudere la circonferenza, è stato piantato un fusto sottile che fra molti anni sarà forse un albero capace di dare ombra a chi vorrà, su quelle panchine, sedersi.
Più in là, una rientranza nella recinzione ospita poderosi manufatti in pietra e cemento, acciaio e legno che dovrebbero servire a nascondere i cassonetti dell’immondizia, ma che finiscono invece per sottolinearne chiassosamente la presenza a ricordare, neanche si trattasse di un monumento alla modernità consumistica, che tutto quello che compriamo, presto o tardi, lì dovrà andrà a finire.
Non è particolarmente brutto o bello questo nuovo giardinetto che viene a prendere il posto di un altro giardinetto, anch’esso né brutto né bello, che però ai miei occhi aveva almeno il pregio di essere lì da quando ne avevo memoria: questo nuovo, con le solite panchine comperate a catalogo, con i soliti lampioni in numero inspiegabilmente eccessivo, con il solito prato all’inglese sul poco terreno sopravvissuto a mattonelle e cemento, con i giochi per bambini in legno multicolore come ormai si vedono uguali da Canicattì a Brescia, è proprio quello che ci si aspetta di trovare sotto casa una volta superati i segnali che proibiscono di giocare a palla e di introdurre cani e biciclette e di fare tutto quello ci si immagina di voler fare in uno spazio verde. È, insomma, il giardinetto di quartiere che ci hanno educato ad immaginare regalandoci da bambini i pupazzetti playmobil: che le cose debbano andare in un certo modo, è bene impararlo da piccoli.
“Giardino” deriva da una parola di origine germanica che, come la corrispondente parola greca paràdeisos che discende a sua volta da una parola persiana, indicava un luogo recintato, anzi “il” luogo recintato per eccellenza, spazio in cui come in un incubatoio, o in un vaso, o nel grembo materno, ciò che è propriamente umano nasce e viene protetto insieme a ciò che della natura è all’uomo benevolo e dunque coltivato.
“Giardino” è, dunque, la “terra dell’uomo” in opposizione a quanto appare ostile e incomprensibile.
Più tardi il luogo cintato, chiuso, l’area da cui si voleva escludere tutta quella parte del mondo fenomenico che potesse indurre sgradevolezza o inquietudine nei suoi frequentatori, diventa il luogo delle delizie per pochi e interdetto ai più, per poi cominciare, dalla fine del XVIII secolo, a essere aperto a tutti: il “giardino pubblico”, un vero e proprio ossimoro, deve la sua esistenza all’Illuminismo e alla Rivoluzione che elessero a bene comune ciò che prima era riservato a clero e nobiltà.
Il giardino subirà in quegli anni il medesimo processo di mondanizzazione a cui andrà soggetta l’arte che allora, e in maniera definitiva, separerà il suo campo da quello delle celebrazioni religiose. Da allora in avanti si avrà “arte” come luogo della sperimentazione e “arte sacra” come luogo di una rappresentazione canonica progressivamente scivolante nel kitsch, mentre il giardino da “macchina emozionante”, luogo d’incanto e d’incontro con l’ineffabile, diventerà un razionale luogo deputato alla ricreazione salutistica dei corpi.
Oggi usiamo la stessa parola per indicare gli spazi alberati in prossimità delle stazioni e quelli che Semiramide percorreva sulle terrazze di Babilonia e non abbiamo particolari difficoltà a chiamare “giardino” aree aperte, a volte pericolose e da evitare frequentate come sono da prostitute e spacciatori.
Questa omonimia è la cicatrice di uno smottamento dell’anima: oggi non è più la natura ad apparirci oscura e pericolosa ma sentiamo, semmai, che è piuttosto la natura ad avere bisogno di essere difesa dalle oscure pulsioni dell’uomo (il parco, in questo senso, è esattamente il contrario del giardino). Tutto il mondo è ormai “terra dell’uomo” e le recinzioni non servono per tenere lontane minacce “esterne” quanto per evitare quelle “interne” che vengono da vandali e teppisti: le cure difensive sono le stesse che bisogna prodigare per preservare una qualunque proprietà pubblica. Il giardino è dunque ridotto ad arredo urbano, spazio cioè in cui viene celebrata l’eguaglianza fra una panchina e una siepe, un lampione e un arbusto, un prato e un marciapiede.
E così mentre tutt’intorno i primi botti di Capodanno incombono minacciando di far saltare, a breve, cassonetti della spazzatura e fontanelle pubbliche, sto qui, a piazza Giovene, che mi riguardo un po’ stupito questo spazio nuovo che sta a quello vecchio come una cucina componibile sta alla sala da pranzo di mia nonna con i mobili che tentavano di innestare nella tradizione dell’artigianato locale qualche accenno liberty imparato sfogliando cataloghi parigini e dove ci affollavamo in tanti, ma proprio tanti, che sembrava proprio di stare a “casa”.
venerdì 8 febbraio 2008
La plastica e l’eternità
L’isola dei desideri consumati 
Questa “zuppa traslucida”, a detta dell’oceanografo, di rifiuti ne accoglierebbe circa 100 milioni di tonnellate. Non è che sia poi tanta: si tratta di una quantità decisamente inferiore a quella che nel solo 2007, fra rifiuti urbani e industriali, abbiamo prodotto in Italia (a proposito, non è strano che per i rifiuti si parli di “produzione” senza alcun imbarazzo o ironia?), una vera inezia a confronto del miliardo e 300 milioni di tonnellate di spazzatura prodotte nell’Unione Europea nello stesso periodo; ma corrisponde a tutta la plastica che, al ritmo di quella che noi italiani lo scorso anno abbiamo gettato via, metteremmo insieme in un trentennio.
È di plastica, infatti, che la Great Pacific Garbage Patch è nella più gran parte formata, in tutte le immaginifiche forme in cui il nostro fervore produttivistico riesce a declinarla: palloni da calcio e mattoncini Lego, kayak e shopper, siringhe, accendini e Barbie Laperonzola, secchi e spazzolini da denti, sedie, piatti, posate e soldatini, grembiuli, stivali, materassini e bambole gonfiabili. Tutta la plastica finita in mare da quando è stata inventata, cinquant’anni fa, è ancora lì, da qualche parte che galleggia perché, fra tutto ciò che l’umanità è riuscita a concepire nella sua lunga carriera di apprendista stregone, la plastica è la cosa più vicina all’immortalità.
E di ogni materia o oggetto immortale di cui raccontano i miti degli uomini, la plastica condivide il destino: è priva di anima perché le anime, si sa, hanno un loro tempo e non possono restare per sempre su questa terra: le forme si consumano e degradano, la plastica non ha una forma sua, né discende da cosa che abbia forma. È materia allo stato puro e docile; al tatto può restituire sensazione di pelle, di metallo o di vetro, può essere rigida o flessibile, può rimbalzare o assorbire gli urti, è plasmabile a piacere in qualunque simulacro capace di esaudire ogni nostro desiderio, come una bambola gonfiabile, appunto.
Nel nostro immaginario la plastica ha avuto alti è bassi: è apparsa come icona della modernità negli anni ’60 quando, come sfolgorante e tangibile rivelazione di un futuro leggero, igienico, duraturo e alla portata di tutti, giunse a spazzare finalmente via dalla vita di tutti i giorni le arcaiche suppellettili di legno tarlato, di metalli corrosi e di cocci venati. Alla crisi di rigetto, e un po’ anche di disgusto, degli anni ’70 provocata dal suo troppo rapido e indiscriminato diffondersi, seguì, negli anni ’80, la sua tenace sopravvivenza di materiale ormai indispensabile. Infine la nuova vita degli anni ’90, quando sapienti campagne di marketing la posizionarono nel nostro immaginario come il materiale riciclabile per eccellenza, capace perfino, alla fine della sua vita, di restituire nei termovalorizzatori l’energia usata per produrla e forgiarla: il materiale perfetto, capace di vivere molte vite prima di finire la sua esistenza in un falò rituale e purificatore, da cui, come nei grandi fuochi rituali di primavera, possa ancora nascere e trarre alimento la vita nuova.
Adesso questa isola di plastica abbandonata che “vaga come un animale privo di guinzaglio” senza nessuno che si prenda più cura di lei e che le restituisca la forma e l’anima che il passare della moda e l’uso effimero ha bruciato in un momento, questa massa sconfinata che non può degradarsi e finire, semplicemente svanire, senza l’intervento del suo creatore che gli ha imposto questa innaturale immortalità, questa materia estranea alla vita che sa scimmiottare ma non replicare, si vendica affacciandosi sempre più spesso su quel paesaggio degli uomini che tanto ha contribuito a creare e a manutenere, ributtando ciò di cui è fatta sui declinanti paradisi hawaiani e mostrandosi agli aerei, ai satelliti, agli sgomenti passeggeri delle navi di passaggio nella forma di un blob sconfinato, vomitato a perturbare le coscienze.
lunedì 21 gennaio 2008
Post-consumo
Di cosa viene oggi chiamato a rispondere Pecoraro Scanio
Dovremmo essere grati ai campani che, per mostrare a tutto il mondo cosa siano veramente i rifiuti, hanno esibito vergogne che tutti noi cerchiamo di tenere nascoste sprofondandole nei buchi neri delle discariche e degli inceneritori.
Eccolo dunque, esposto a decorare strade e piazze, l’esito ultimo del nostro agire quotidiano: cataste di cose consumate ma non abbastanza per non rivelarsi sin troppo invadenti.
Ecco lì il vasetto di yogurt di ieri, il foglio di domopack che avvolgeva la fettina di vitello una settimana fa. Quel vasetto di marmellata, lo ricordi?, e la scatola di cioccolatini? e la radio che ha smesso di funzionare e il cellulare che non ti piaceva più?
Questo museo della memoria, che si srotola lungo il percorso che porta al supermercato e al rito quotidiano del consumo, impedisce di scacciare dalla coscienza quello che altrove si dimentica con facilità esasperante. Le strade di Napoli sono il luogo del deflagrante ritorno nel quotidiano di ciò che dalla nostra civiltà deve essere assolutamente rimosso, cancellato per sempre, affidato definitivamente al nulla.
«Do you like Kipling?»
«I don’t know, I’ve never kippled»
Dal collasso semantico che porta a scambiare uno scrittore per un gerundio (o una moglie per un cappello) prende il nome, nel romanzo di Philip K. Dick Do Androids Dream of Electric Sheep?, il caos che si avventa sul mondo, sopraffacendolo.
Il kipple, che piove continuamente e monotonamente sull’incubo urbano del romanzo che sugli schermi cinematografici diverrà Blade Runner, è il risultato ultimo della consunzione della materia, l’esito estremo del decadimento entropico: è materia priva di ogni accenno di forma, è il mondo come doveva essere prima del soffio divino, è l’esito conclusivo del consumo fisico e semantico delle cose che cessano di essere quel che sono per diventare quell’indistinto in cui è impossibile rintracciare ogni accenno seppur vago di differenze, quel “grigio” che Klee indicava come caos: né bianco né nero, ma primordiale mancanza di ogni colore, di luce e di buio, luogo privo di riferimento e di direzione, spazio che non è uno spazio e in cui ci si perde senza possibilità di salvezza. È l’orrore del caos, l’abisso che sbadiglia secondo la definizione dell’Abbagnano, che piove giù, da un cielo sempre buio, a ricoprire un groviglio urbano senza speranza.
Materia esausta, sterile. Atomi che non sanno legarsi a formare molecole, particelle incapaci di formare atomi.
Se non è proprio questo ciò che vien fuori dai termovalorizzatori, beh, gli assomiglia molto, se non da un punto vista fisico certamente da quello della logica del liberismo senza regole che porta a consumare tutto sino all’esito finale.
A questa logica lineare di consumo estremo, di annichilazione senza rimedio del mondo si oppongono gli ambientalisti.
Di questa opposizione dovrà domani rendere conto Pecoraro Scanio, chiamato da una mozione di sfiducia a rispondere più che della situazione campana, da cui c'è comunque chi riesce a trarre profitto, del suo no al Ponte sullo Stretto, delle sue cautele nei confronti di termovalorizzatori e centrali, del suo aver ricordato che le VIA e VAS possono anche mostrare che i danni del fare a ogni costo possono sopravanzare abbondantemente il non fare.
sabato 19 gennaio 2008
Differenze - Suicidarsi in Algeria
Una persona che ha vissuto qualche anno in Algeria mi ha raccontato un po' di giorni fa una storiella che a suo dire troverebbe origine nel paese nord-africano. Sospetto che si tratti, in verità, di un adattamento maghrebino di un raccontino diffuso in tutta l'Africa.
Qual è la differenza fra la Svizzera e l'Algeria? Se in Svizzera ti vuoi suicidare non devi fare altro che andare in un negozio e comprare quel che ti occorre, pugnale, rivoltella, veleno che sia.In Algeria, dove non ci sono negozi né soldi, devi farti prestare il necessario.Ti recherai quindi da un amico che però, stanne certo, non avrà esattamente ciò che serve ma una approssimazione e pure parziale: se è un coltello quello cerchi avrà forse il manico. In compenso saprà da chi si può avere la lama e si offrirà di accompagnati da lui. Chi ti presterà la lama, a sua volta, è sicuro, sarà sprovvisto di corda per legarla al manico, ma anche lui saprà indicarti un amico in grado di prestartela. A quel punto servirà sicuramente rifare il filo alla lama e tutti insieme andrete da chi possiede una pietra per arrotare. Che, scoprirai, nella sua abitazione non ha acqua, cosicché bisognerà che tutti quanti andiate da quell'altro amico che oggi è già andato al pozzo, ma siccome questi ha solo una brocca bisognerà che in corteo vi rechiate da quell'altro che dispone di una bacinella. La bacinella avrà un buco, è inevitabile, e inizierà così un conciliabolo al termine del quale deciderete che non si può fare altro che recarsi, a piedi, nel villaggio vicino dove il possessore della corda riferisce che un lontano parente di suo cugino ha sentito dire di un barbiere che, a volte, ripara le bacinelle. Riparata la bacinella e tornati al villaggio le tue braccia saranno troppo pesanti, e la tua vita ti apparirà troppo leggera per pensare di porvi fine.
martedì 8 gennaio 2008
Cantico di Natale
Dove si parla di pena di morte e dell'intrinseca fallacia dei sondaggi
Collocati spazialmente in maniera equidistante fra il presepio e il televisore, gli anziani parenti con cui passo il Natale, che hanno appena finito di augurare all’autore dell’efferato delitto il patibolo preceduto da feroci torture, ora nel cuore sentono affiorare emozioni da Miglio verde e concordemente, spinti da un autentico sentimento di pietà, invocano salva la vita per tutti i Caini del mondo. E negano sdegnosamente di essere in contraddizione con se stessi quando chiedo se hanno dunque ripreso consapevolezza di essere, in quanto italiani, portatori di valori che affondano nella pietas latina, nel pensiero cristiano e nell’Illuminismo del Beccaria: non hanno cambiato idea sul macellaio di carne umana. In quel caso, ribadiscono, non v’è dubbio che la morte, per sedia elettrica o iniezione letale, per impiccagione o fucilazione, sia l’unica risposta possibile. Se proprio vengono messi alle strette, tentano giustificazioni e distinguo ma, più che altro, appaiono stupiti dalle mie eccezioni: non rilevano alcuna connessione fra le due cose, non vedono in questo omicida nulla che possa ricondurlo alla categoria del condannato a morte che quando lo vedi in tv ti si stringe il cuore, e continuano così a invocare, senza alcuna remora o nevrosi, la forca per l’omicida e la grazia per il condannato.
Anche se siamo un paese abolizionista e anche se abbiamo recentemente modificato la Costituzione per cancellare la pena di morte pure dal codice penale militare, un sondaggio svolto nel 1982 dalla Doxa su commissione dall’Istituto Cattaneo, mostrava come il 58% degli italiani fossero favorevoli a vedere tornare in azione il boia. Sondaggi più recenti, seppur meno autorevoli, non segnalano sostanziali mutamenti di opinione.
Eppure, facendomi credito di fiducia e dando per buone le cose che ho poc’anzi riferito, non credete anche voi che si potrebbe con gran facilità buttare giù un questionario, con tanto di efficacissime domande di controllo, dal quale ottenere dai miei parenti risposte certissime di convincimenti irrevocabili sia a favore che contro la pena di morte?
E se l’atteggiamento dei miei parenti non fosse raro ma fosse invece diffuso, non dovremmo arrivare alla conclusione che viviamo in un epoca che per sopravvivere ci costringe ad accogliere in noi opinioni diverse e finanche intrinsecamente contraddittorie?
E non vorrebbe questo dire che l’italiano medio non è altro che una fantasmatica rappresentazione statistica, dal peso politico imprecisato e variabilissimo, stiracchiabile a piacere, che ha come unico valore il costo dei sondaggi? E che, dunque, non esiste un limite netto fra i sondaggi confezionati e quelli onesti, ma che piuttosto tutti sono in diverso grado onesti e confezionati ad un tempo, visto che tutte le convinzioni o quasi possono convivere pacificamente nel cuore degli individui e manifestarsi quando vengono evocate?
Mi direte: anche a farti credito i tuoi parenti oltre che anziani si devono essere anche un bel po’ rimbambiti, come vuoi che facciano testo?






